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Amori e odi del melomane Duranti

Cesare Cavalleri mercoledì 21 febbraio 2018
Alessandro Duranti ha insegnate Letteratura italiana nell'Università di Firenze, e dal 1978 è redattore operativo della rivista “Paragone”, mitica creatura ideata da Roberto Longhi e Anna Banti nel 1950. Adesso Duranti pubblica in libro le sue passioni musicali e, con understatement, lo intitola Il melomane domestico (Ronzani, pagine 172, euro 19,00). Non è un libro musicologico che anatomizzi biscrome e sopracuti, è un libro narrativo e proprio lì sta il bello: Duranti espone calmamente preferenze e idiosincrasie molto personali, e lo fa con pertinenti allusioni letterarie e un intelligente birignao che non è il vogherese di Alberto Arbasino, bensì un modo di scrivere (e dunque di pensare) per associazioni di idee che spuntano dalla parola mentre viene pronunciata. Per esempio, a proposito della labile categoria del verismo (Mascagni & C.): «Senza contare poi che opera verista è un perfetto ossimoro, dal momento che non è proprio il caso di parlare di verità quando le persone cantano invece di parlare». Fa testo il capitolo “Montale en travesti” che documenta come il poeta degli Ossi svelava sé stesso mentre recensiva gli spettacoli scaligeri, con ferrea avversione per la musica contemporanea. Per Montale, L'angelo di fuoco di Prokof'ev è un'opera «che dovrebbe essere studiata nei Conservatori per mostrare agli allievi in che modo un dramma musicale non deve essere concepito». Blanda eccezione il Cordovano di Petrassi, non senza conflitto d'interessi perché il libretto l'aveva scritto Montale stesso traducendo da Cervantes. Il capitolo più ampio (37 pagine) è dedicato a Maria Callas, ed è collocato in apertura. Duranti, per ragioni anagrafiche (è del 1948), non ha mai visto e ascoltato la Callas dal vivo, e la sua passione è unicamente discografica. Per questo cita almeno due volte L'eredità Callas di John Ardoin che è la Bibbia che tutti noi callassiani consultiamo con venerazione, essendo il commento filologicamente rigoroso delle incisioni dal vivo, in studio o piratate della divina. La Callas cantò il Rigoletto una sola volta e in Messico, ma il personaggio di Gilda, evidentemente, non le era congeniale. Duranti osserva: «Se poi sia tornata a cantre Gilda in uno di quegli sciagurati concerti dello sciagurato rientro con lo sciagurato Di Stefano, non so e non voglio sapere, perché preferisco pensare che quella pazzia non appartenga alla storia della cantante – che finì il 5 luglio del 1965 sul palcoscenico del Covent Garden (Tosca) –, ma solo a quella della donna, molto umana e commovente, ma altra cosa». Con Montale, Duranti assegna il posto d'onore al maestro Gianandrea Gavazzeni, che nel libro è citato più di trenta volte, «epistolografo principe del Novecento», «vero apostolo dei minori», e tutto il capitolo sul verismo è a lui dedicato. Anche il saggio riservato a Giuseppe Verdi è schietto e azzeccato Il bussetano è visto nella lotta per affrancarsi dai voraci fantasmi di Donizetti e Bellini, uscendone talvolta ammaccato come in Nabucco, dove «si ha sempre la sensazione di essersi addormentati proprio alla scena che spiegava tutto: e così ora non si sa chi sono i buoni e chi i cattivi, e cosa ci stiano a fare due innamorati proprio nell'opera senza idillio (un errore di stampa? una malaugurata contaminazione di partiture?), e quale ebbra divinità sottintenda a tanta impudica distribuzione di colpi di scena». Per tornare al verismo, non mi trattengo dal condividere il piacere di sottolineare, in Cavalleria rusticana, «la sprezzante irrisione degli equilibri formali, per cui un'opera che dura poco più di un'ora si apre con un preludio orchestrale lungo almeno come quello del Parsifal che di ore ne dura quattro e mezza». Anche da queste rapsodiche citazioni spero che si colga la qualità non solo musicale, ma propriamente letteraria, di un melomane che scrive per il piacere dei melomani. E chi non è melomane può sempre diventarlo.