Rubriche

Amare è «vedere il divino che c'è in te»

mercoledì 11 luglio 2012
   Gli argomenti trattati lo scorso anno nel Festival della Psicologia di Bologna sono confluiti in sette saggi che Paolo Franchini ha radunato sotto il titolo Amore non è amare (Mondadori, pp. 144, euro 17), dando luogo a un volume di alta leggibilità, che offre al lettore spunti di autoanalisi. Come spiega lo stesso Franchini nell’introduzione scritta con Renzo Canestrari, in filigrana c’è l’ideale trilogia costituita da «Eros e Thanatos» (pulsione di vita e pulsione di morte), «Eros e Psiche» (la passione, l’inconscio e le facoltà intellettive), «Eros e Amore» (emozione e progettualità). Che le emozioni siano importanti lo chiarisce bene Paolo Crepet, il quale arriva a sostenere che chi non possiede emozioni non è libero. Anche le emozioni dolorose sono costruttive, perché amore senza soffrire non è amore. E guai a privare i bambini del desiderio soddisfacendo immediatamente ogni loro richiesta: li si priva di passioni e quindi di progettualità. Da qui lo sconcertante aforisma di un esploratore geniale ammirato da Crepet: «Tutto quello che è comodo è stupido». Le grandi risorse della tecnologia ci hanno indotto a un surfing mentale che può sfociare nell’autismo tecnologico: abbiamo tutto ma non le emozioni, addirittura commercializzate. Con un saggio corollario educativo: a chi gli chiedeva come avesse fatto a educare quel genio di suo figlio, il padre di Bill Gates rispose: «Ho tolto». Occorre togliere l’involucro di marmo che racchiude la statua, mettendo i figli in condizione di fare, di misurarsi, senza barattare la felicità con la sicurezza. Con opportuni esempi, Rodolfo de Bernart ragiona sulla vita di coppia analizzando il retaggio delle famiglie d’origine che inevitabilmente condiziona l’intesa coniugale. Rileggendo l’avventura di Ulisse, ancora Franchini afferma che le cose che davvero contano sono gli affetti autentici, più del successo anche professionale, e sostiene che «l’amore è dare un futuro all’eros, nella misura in cui siamo vigili nel contenere gli aspetti distruttivi presenti dentro di noi, che possono in ogni momento aggredirlo e distruggerlo». Stefano Zecchi trova stupefacente il moderno cliché dell’infedeltà: «Non c’è un’infedeltà grandiosa, tragica, c’è un’infedeltà banale, ridicola, basata su sentimenti minimi». E conclude: «Con la scomparsa della figura autorevole del padre si è perso un punto di riferimento fondamentale di quell’architettura su cui poggia la fedeltà nelle istituzioni». Per Alessandro Meluzzi «la differenza sostanziale tra la famiglia e la coppia si basa sul fatto che la seconda è fondata sull’assioma che i meccanismi che fanno sì che un uomo e una donna, all’inizio della loro storia, si mettono insieme, siano gli stessi che possono farli stare insieme per tutta la vita». E quante coppie moderne possono salutarsi, come nel matrimonio indiano, dicendosi namastè, che significa «saluto il divino che c’è in te»? Meriterebbero un approfondimento le poche pagine in cui Alessandro Bosi si domanda se l’inflazione di Internet e Facebook sia un incentivo al narcisismo o se, al contrario, sia la conseguenza di una società narcisistica nata qualche decennio prima. Sorvoliamo, perché ci ha spaventato, sul capitolo che il criminologo Massimo Picozzi dedica agli amanti sadomasochistici che arrivano al delitto, e concludiamo con Paolo Franchini elucidando anche il titolo del libro: «L’atto di "amare" rappresenta ben altra complessità rispetto a quel sentimento che chiamiamo "amore". Tutta la riflessione porta a farci capire che l’esperienza dell’amore non è riducibile né alla pulsione né al sentimento, e la possiamo incontrare e vivere solo nella dimensione della relazione profonda e del progetto».