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Alperoli, Bertoni, Rentocchini, tre poeti ancora in “condominio”

Cesare Cavalleri mercoledì 29 novembre 2017
L'idea di condominiare lo stesso libro, come hanno fatto Roberto Alperoli, Alberto Bertoni ed Emilio Rentocchini (Come cani alla catena; Incontri, pagine 144, euro 15,00) è un utile criterio di economicità, e Marco Santagata (SuperCampiello 2003 con Il maestro dei santi pallidi), nell'Introduzione spiega che i tre sono recidivi, avendo già compiuto analoga impresa sei anni fa con Recordare.
Santagata trova cambiati i tre poeti condomini rispetto alla prova precedente, e non è chiaro se il cambiamento è in meglio o in peggio. Si tratta, comunque, di poeti riconosciuti, accomunati dall'anagrafe (Alperoli e Bertoni sono entrambi del 1955, Rentocchini del 1949) e dalla modenesità del territorio, ma diversi quanto a ispirazione ed esiti.
Alperoli presenta un diario in prosa legato a un fatto doloroso e singolare: la morte del cagnetto Nando, che per due anni e mezzo era rimasto unico abitante/custode della casa di campagna abbandonata, regolarmente accudito da Stefania e dal poeta stesso. Una morte orrenda, perché Nando, legato alla catena, è stato sbranato da un cagnaccio randagio di passaggio (endecasillabo). E la memoria della bestiola si affianca, nel poeta, a quella dei genitori che Nando aveva vigilato, e al lutto recente per l'amico Bruno Corticelli, al quale Alperoli dedica il testo "Legato alla catena". Da qui (verosimilmente) l'ispirazione per il titolo del libro, avendo ciascuno dei tre poeti una propria segreta catena, come, del resto, ognuno di noi.
Alberto Bertoni è poeta navigato, domina la strumentazione come si vede qui in "Come lavora il poeta malato" che esordisce in prosa, prosegue con una poesia di getto che poi viene rielaborata in due liriche attillate. Quanto a prosa, Bertoni trova l'ignoranza di infilare questa sciocchezza nel brano "Canarini & Delfini": «Ma torniamo pure al giorno di Modena-Prato, anniversario del Concordato stipulato fra Vaticano e Stato fascista l'11 febbraio del 1929: un altro giorno orribile fra i tanti vissuti dalla patria».
I temi poetici di Bertoni li conosciamo, comprese le corse dei cavalli e il rapporto col padre che gli ha densamente suggerito le tre edizioni di "Ricordi di Alzheimer" (2008, 2012, 2016). Una certa trasandatezza metrica fa pensare Bertoni come vincitore di concorsi di poesia estemporanea, tale è la spontaneità del dettato. Ma si sente che manca qualcosa. Per esempio, "Metamorfosi" comincia così: «Una delle prime cose che farò / quando tutt'e due saremo alberi / sarà dimenticarti / ma senza whisky e senza psicoanalisi». Solo al terzo verso (un settenario) la poesia prende il volo sull'endecasillabo del quarto. I primi due versi sono parole non lavorate (non che l'endecasillabo sia obbligatorio, se si sa fare di meglio, come Pasolini), peccato. Ecco che cosa manca alla poesia di Bertoni: manca il silenzio, il silenzio dal quale i poeti fanno lievitare le parole.
Verso Emilio Rentocchini nutro un certo risentimento, perché ha scalfito la mia avversione per la poesia dialettale. Ho sempre pensato e scritto contro la poesia in vernacolo, sia pure nel gradese di Biagio Marin o nel milanese non madrelingua di Franco Loi. Ma da quando mi sono imbattuto nelle "Ottave" in sassuolese di Rentocchini (ed era il 2001) mi sono ricreduto o, almeno, sono cauto a generalizzare: confermo il pollice verso per la poesia vernacolare, ma riconosco l'eccezione di Rentocchini. Sarà l'aria che si respira a Sassuolo, dove il poeta è nato e vive, città di cantanti e di "viri illustres": lì è nato il simpatico Nek, lì ha visto la luce il compianto Pierangelo Bertoli, e mettiamoci pure Caterina Caselli, che è nata a Modena ma è cresciuta a Sassuolo. Per non parlare di numeri uno come Vittorio Messori e il cardinale Camillo Ruini, sassuolesi doc. Fatto sta che le ottave di Rentocchini (qui ce ne sono altre ventiquattro di zecca) reggono anche la trascrizione italiana, benché la metrica sembri più rigorosa (per quanto ne capisco) nell'originale. E il poeta sa affrontare di petto anche il fare poetico: «In fondo, nessun grande ha scritto per dire / ciò che ha detto, ma per portare a galla / da un filo sotto l'acqua il nulla inesprimibile, / e non ha aggiunto più chiarezza tra vero e falso / di un bimbo in altalena, né rinnovato / il vecchio in nuovo se non di sfuggita, di spalle, / solo che il silenzio dopo le parole / parla la sua lingua presa a nolo». Cento, mille di queste ottave.