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Alfie Evans: un problema di cultura e di mentalità, prima che di diritto

Renato Balduzzi giovedì 3 maggio 2018
Abbiamo potuto verificare, in questi giorni, lo sconcerto di larga parte dell'opinione pubblica (non soltanto) italiana rispetto alle decisioni della magistratura britannica e ai comportamenti delle autorità sanitarie di Liverpool. Come già accadde a proposito di Charlie Gard, ma in misura e con intensità maggiori, sia quanti, nelle delicate questioni concernenti vita e morte, insistono sul principio di autodeterminazione, sia quanti sottolineano che tale principio non possa avere valore assoluto quando si è in presenza di diritti indisponibili, hanno generalmente concluso nel senso della necessità del mantenimento del sostegno vitale ad Alfie Evans: la tutela della sua salute e della sua vita corrispondeva al suo diritto fondamentale e insieme all'interesse di una collettività solidale.
Lo sconcerto non è venuto meno pensando alle due decisioni della Corte europea dei diritti dell'uomo, che hanno lasciato sullo sfondo il tema della violazione dell'art. 8 Cedu, cioè di quel parametro normativo di “rispetto della vita privata e familiare” più volte oggetto, proprio da parte di tale giudice, di interpretazioni estensive. In base all'ordinamento italiano, che affonda le proprie radici in principi costituzionali comuni agli ordinamenti europei, i genitori hanno il diritto e dovere di rappresentare i “migliori interessi” del bambino e di essere considerati come abilitati a farlo. Il loro punto di vista e le loro richieste vanno tenuti in attenta considerazione da parte degli “esperti”, con il limite del divieto di procedure diagnostiche e interventi terapeutici non proporzionati e sempre assicurando la libertà di scelta del luogo di cura.
Secondo la legge britannica, per contro, quando vengono in discussione davanti a un giudice i “migliori interessi” di un minore, a rappresentare in giudizio il bambino deve essere un terzo, un tutore (guardian) indipendente (ai genitori è concesso di intervenire, ma in proprio). Nel caso di Alfie Evans, come nel caso di Charlie Gard, la guardian nominata ha sposato seccamente la posizione dell'ospedale, chiedendo l'interruzione della ventilazione e del sostegno vitale, reputata più consona alla “dignità” del bambino. Difficile non pensare che tali differenze di quadro giuridico non abbiano condizionato il triste esito della vicenda. La discussione deve comunque continuare: nei piccoli Charlie, Isaiah e Alfie è difficile non vedere, per chiunque, tutta l'infanzia che muore e soffre per malattia, fame, denutrizione, violenze. Anche a noi “sconcertati” spetta proseguirla, con mitezza e rispetto, serbando sempre una retta coscienza (1 Pt 3, 15-16), avendo fiducia nella bontà degli argomenti addotti: è un problema, prima che di diritto, di cultura e di mentalità.