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Africa, a chi giova dimenticarla?

Maria Romana De Gasperi sabato 27 novembre 2010
C'è un bambino in questa casa che ha gli occhi neri e i capelli ricciuti: è nato ad Addis Abeba. La sorellina ha la pelle bianca e le cugine, di pochi anni più grandi di lui, portano capelli lunghi e biondi. Giocano assieme e nessuno si accorge del colore dell'altro. Ma quando saranno grandi, quali problemi sorgeranno tra loro? Questa è la domanda che spesso ci facciamo quando si incontrano queste famiglie che hanno avuto il coraggio di adottare bambini di cultura diversa. A volte è atto di amore, altre una causalità e anche un momento di vanità poiché l'animo umano è variegato come i colori dell'arcobaleno dove ogni sfumatura è possibile. Quando parliamo di Africa pensiamo ancora a un continente lontano, estremamente diverso dall'Europa. Una terra che negli ultimi anni ha gettato sulle nostre spiagge i suoi uomini e le sue donne pronti a tutto pur di sopravvivere a quella immensa povertà che li ha fatti fuggire da una terra diversamente amata. La vastità del continente africano, la diversità delle etnie non ci permettono di dare una sola risposta a tutto questo. Ma è certo che la non conoscenza, la mancanza di reali informazioni, l'interpretazione errata di certa culture, ci hanno tenuto lontani per secoli senza guardarsi, l'uno con l'altro. Mentre i popoli che guardano il Mediterraneo si sono incontrati nella storia quasi sempre per questioni di guerre, e hanno vissuto paralleli senza rendersi conto quanto l'Europa avanzasse solitaria verso un futuro di conoscenze e di esperienze diverse. È da pochi decenni che abbiamo incominciato a renderci conto che avevamo considerato l'Africa un bacino di ricchezze da sfruttare: dal petrolio, alle gemme, agli schiavi, poi all'indebitamento economico, al commercio illegale di armi, allo sfruttamento delle risorse naturali. Anche gli aiuti che abbiamo inviato, troppo spesso non sono arrivati alla gente povera, ma usati per acquistare beni per i pochi ricchi o armi per il loro potere. Non basta distribuire un po' di carità chiamandola giustizia, quando sarebbe necessario distribuire studio e voglia di cultura. I cinquanta Paesi africani non devono apprendere solo la nostra storia, copiare il nostro modo di vivere, ma dare vita a uno scambio di culture. Questo porterebbe all'Europa una futura ricchezza fatta di risorse umane ed economiche portate sullo stesso piano e inserite nel commercio mondiale. È quello che ha capito la Cina che sta comperando grandi territori nel continente africano. È quello che sta seguendo anche l'India che invia i suoi migliori ingegneri e architetti nelle città africane. Noi europei crediamo ancora che la difesa della nostra cultura sia anche rigettare nei loro Paesi chi è approdato alle nostre sponde. Per crescere e affrontare il nostro futuro abbiamo bisogno di dialogare con questo continente immenso. C'è bisogno di offrire anche rispetto, solidarietà, tolleranza. L'Africa ha 52 Paesi e migliorare la loro situazione sembra un sogno impossibile, ma nelle strutture del mondo moderno tutti dipendono da tutti. «Nessuno è tanto povero e poco importante da non rappresentare un arricchimento per altri», ci lascia scritto Tumenta F. Kennedy.