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Adorno, Butler e la vita buona; quali criteri per poterla giudicare?

Alfonso Berardinelli sabato 31 agosto 2013
Che cos'é, come e a chi è possibile vivere una vita buona, giusta e vera? Tra filosofia morale e biopolitica prova a rispondere a un tale interrogativo la filosofa statunitense Judith Butler, che insegna a Berkeley e ha ricevuto nel 2012 il premio Adorno.Il suo saggio A chi spetta una vita buona? (Nottetempo) credo che sia degno di attenzione. Ci sono questioni che per la loro enormità e attualità perenne è meglio affrontare in poche pagine: così, almeno, si costringe il lettore a concentrarsi sull'argomento senza bisogno di affrontare, come sembrerebbe necessario, ponderosi volumi di storia della civiltà.Judith Butler apre il discorso citando proprio una frase di Adorno, la clausola perentoria a un capitolo di Minima Moralia intitolato «Asilo per senzatetto». La frase, che aveva già attirato l'attenzione di Franco Fortini circa trent'anni fa, suona così: «Non si dà vera vita nella falsa». Secondo Fortini l'affermazione andava rovesciata: «Non si dà vera vita se non nella falsa». Credo che Fortini avesse ragione. Se per volere una vita vera dovessimo aspettare che diventi vera tutta la vita, o la vita di tutta la società, allora avremmo solo un buon alibi per accettare che la nostra vita resti falsa. L'idea centrale di Judith Butler (non molto nuova) è che ogni creatura umana può vivere bene solo con il sostegno di un ambiente sociale che giudichi degna di essere vissuta e valorizzata la vita di ognuno. Perché questo avvenga non soltanto in linea di principio la società va criticata e migliorata, se non rivoluzionata.Resta tuttavia aperto, credo, il problema dei criteri con cui valutiamo buona, vera e giusta una vita. I criteri morali possono discendere da idee e punti di vista che non sempre si accordano. Vita buona agli occhi di chi: della società, di chi mi ama, di un'idea, di Dio o di me stesso?