Rubriche

A piedi nudi, critica stravagante ma realista della società virtuale

Alfonso Berardinelli venerdì 17 giugno 2016
Può sembrare una stravaganza e una cosa da niente: invece togliersi le scarpe può anche insegnare a vivere diversamente. L'ho imparato (in teoria, solo in teoria) leggendo un piccolo libro di Andrea Bianchi, Il silenzio dei passi, un «elogio del camminare a piedi nudi nella natura». A mettere l'autore sulla buona strada è stata sua figlia di cinque anni Alice (il nome conta!), che durante una passeggiata in Alto Adige si è tolta gli scarponcini e si è messa a camminare a piedi nudi sul bordo della strada facendo una elementare, cioè fondamentale scoperta: «Papà, sento la differenza tra i sassi e l'erba! Qui l'erba è fresca, e lì i sassi pungono!». Già. Pur essendo esseri terrestri e anime incarnate in un corpo, la terra la sentiamo sempre meno. Non tocchiamo terra. Non stiamo coi piedi per terra. Il nostro cervello non impara niente che venga dall'esperienza che i piedi potrebbero fare se toccassero direttamente la realtà naturale di cui facciamo parte e di cui siamo figli. L'autore di questo piccolo libro (edicicloeditore, pp.93, euro 8,50) ha seguito sua figlia e si è messo a costruire una minima filosofia pratica del camminare a piedi nudi (con prudenza, ma non troppa) in ambienti naturali. Camminare a piedi nudi, scrive, «è alla portata di tutti, appartiene alla preistoria e alla storia dell'umanità, eppure è anche un'esperienza che oggi è diventata rara nella vita di molti». L'idea del vivere a piedi nudi e di imparare qualcosa dal contatto fisico diretto con l'ambiente esterno è un suggerimento che vale in sé, ma che può anche essere esteso e interpretato in termini più generali. Sull'ambiente in cui viviamo, naturale o artificiale, ormai si sorvola. Nella vita sociale urbana «non si tocca terra» e non ci si guarda intorno. Una delle ragioni per le quali l'ambientalismo è in crisi, è che invece di percepire l'ambiente si tengono gli occhi sul display dei nostri aggeggi sempre più politecnici. Non si parla quasi mai con gente incontrata per la strada o in treno. Non si guardano gli altri, né in faccia né come si muovono. La maggior parte della comunicazione avviene a distanza attraverso protesi meccaniche. Si evita il contatto diretto con qualunque cosa. Il culto del corpo è solo pubblicitario o autopubblicitario e fotografico. Perfino gli oggetti culturali (opere d'arte, libri, architetture) sono più catalogati che personalmente percepiti come esperienza propria.Può una cultura sopravvivere a questo?