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A Pechino nasce «Piazza Italia»

Andrea Zaghi sabato 13 settembre 2008
Duemila prodotti, già mille visitatori al giorno, 3.600 metri quadrati. Sono i tre numeri che raccontano il più grande centro al mondo per la vendita di prodotti agroalimentari italiani. Una sorta di paradiso del made in Italy a tavola che , ovviamente, non si trova in Europa e nemmeno, a sorpresa, negli Stati Uniti, ma in Cina, a Pechino. È il segno chiaro di come sta cambiando il panorama agroalimentare mondiale e quello italiano in particolare, anche sull'onda di esportazioni extraUe che sembra abbiano preso il giusto abbrivio verso l'alto.
Piazza Italia " così si chiama il centro commerciale appena aperto nella capitale cinese " ha l'obiettivo, come tante altre iniziative simili, di riuscire a vendere al meglio i prodotti agroalimentari italiani e, soprattutto, senza rischiare di vedersi inquinare il mercato dalla concorrenza dei falsi prodotti che giocano su nomi e marchi inventati pur di assomigliare a quelli originali. Ciò che, tuttavia, rende particolare l'esperimento avviato a Pechino è la squadra che lo ha costruito. Il centro, infatti, è della Trading Agro Crai: il prodotto di un raggruppamento di entità economiche che vanno dalla distribuzione (come Crai Secom), alla produzione agroalimentare (Consorzio Grana Padano, Cavit, Conserve Italia, Consorzio del Prosciutto di San Daniele, Associazione Italiana Frantoiani Oleari), passando per la ristorazione (come il Gruppo Boscolo). A fianco della Trading, poi, ci si è messa una finanziaria pubblico-privata (la Simest) che ha il compito di promuovere lo sviluppo delle imprese italiane all'estero. E non basta, perché ovviamente Piazza Italia a Pechino è la prima impresa ma, nelle intenzioni dei componenti della squadra, non è l'ultima. Sono già previsti, infatti, negozi "bandiera" a Shangai, Tiaanjim e Hangzhou, con un investimento complessivo stimato in 9 milioni di euro e a regime, con fatturato di 35-40 milioni. L'offerta sarà tutta italiana: per il 40% alimentari confezionati, per il 30% formaggi e prosciutti, poi il 20% vini e il 10% olio di oliva. La seconda fase del progetto prevede lo sviluppo di una rete indiretta in franchising e di altre strutture commerciali.
Numeri che la dicono
lunga su cosa si può fare quando più forze produttive si mettono insieme per un unico scopo. L'iniziativa di Pechino, però, è soprattutto ciò che serve per capire che i dati più recenti sul commercio estero extraUe " le vendite agroalimentari sono cresciute nei primi 7 mesi del 22,5% per i prodotti agricoli primari e del 10% per i prodotti alimentari trasformati - anche se sono
naturalmente sostenuti da molti motivi, possono comunque consolidarsi.
Certo, quella di Pechino è un'impresa in cui conta molto anche la capacità di rischio, ma l'indicazione per tutto il sistema agroalimentare è chiara: basta mettere da parte le eccessive rivalità per riuscire a fare un salto importante e necessario per rimanere sui mercati; che, detto in altre parole, significa che non si vince più da soli.