Papa

Papa Francesco. «Andrò in Sud Sudan con l'arcivescovo di Canterbury Welby»

Stefania Falasca lunedì 27 febbraio 2017

«Il Papa è venuto come pastore di tutti i cristiani, non solamente dei cattolici. La sua presenza tra di noi? Da testimonianza dell’unità». Anche queste poche ma eloquenti parole scambiate sulla porta della All Saints Church con il vescovo Robert Innace, responsabile per la Chiesa anglicana in Europa, possono rendere quella che ieri è stata la prima visita di un papa alla chiesa della comunità anglicana di Roma. Un clima disteso e feriale, una benedizione, una preghiera comune congiunta a un lavoro comune siglato con una parrocchia cattolica, il rinnovo delle promesse battesimali seguito da canti, domande e dono di dolci fatti in casa compreso l’annuncio di un viaggio in Sud Sudan da compiere insieme con l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby. Questi i tratti che hanno caratterizzato la visita conclusasi con un semplice e reciproco «grazie e a presto».

Varcata la soglia secolare, l’accoglienza familiare della comunità anglicana riservata a papa Francesco come a un parroco non solo ha dato la piena misura della lontananza da quel tempo ormai remoto in cui i papi si trovavano a dover tollerare questa realtà come isola straniera nel cuore della Roma papalina e di quanto quel tempo passato tessuto di sospetti e ostilità reciproci sia tramontato da un pezzo. «Dopo secoli di reciproca diffidenza, siamo ora in grado di riconoscere che la feconda grazia di Cristo è all’opera anche negli altri» ha detto papa Francesco rivolgendosi alla comunità. Così il passaggio di Francesco alla All Saints Church ha soprattutto messo in evidenza la realtà odierna dei rapporti ecumenici come fatto pratico da tempo acquisito. E acquisito proprio nella direzione di quell’ecumenismo concreto, più volte indicato dal Papa, messo in opera non come spazio riservato agli specialisti, agli addetti ai lavori, ma dalle esigenze che spingono dal basso a ritrovarsi insieme per accrescere la reciproca conoscenza nella fraternità, nella preghiera comune e nel servizio caritatevole comune verso i bisognosi. L’importanza di questa visita sta perciò proprio nel riconoscimento e nell'incoraggiamento per quanto già si svolge dentro la mura della Città eterna come attesta da più di un decennio il gemellaggio tra questa chiesa di All Saints e la parrocchia cattolica di Ognissanti di Roma, che ieri è stato anche formalmente firmato.


«Oggi ci riconosciamo come veramente siamo: fratelli e sorelle in Cristo». E come tali «amici e pellegrini», «desideriamo camminare insieme – ha detto papa Francesco nell’omelia – liberi dai rispettivi pregiudizi», operando con «umiltà» per le sfide del nostro tempo. E la sottolineatura dell’umiltà come condizione per proseguire nel cammino da parte del Papa è stata non opzionale. Citando la lettera di San Paolo ai Corinti per il quale «non è solo una bella virtù», ma «una questione di identità», il Papa ha suggerito l’ottica con cui continuare a muoversi. «Diventare umili è decentrarsi, riconoscersi bisognosi di Dio, mendicanti di misericordia» come l’Apostolo delle genti Paolo che si comprende non come un «Superapostolo» ma «come un servitore, che non annuncia sé stesso, ma Cristo Gesù Signore. E compie questo servizio, questo ministero secondo la misericordia che gli è stata accordata; non in base alla sua bravura e contando sulle sue forze, ma nella fiducia che Dio lo guarda e sostiene con misericordia la sua debolezza».

Uno dei presidenti del Consiglio Ecumenico delle Chiese – ha affermato ancora papa Francesco – descriveva l’evangelizzazione cristiana come «un mendicante che dice a un altro mendicante dove trovare il pane». «Questo – ha aggiunto – è il nostro bene più prezioso, il nostro tesoro». Un tesoro custodito in «vasi di creta» ma «insegna che solo riconoscendoci deboli vasi di creta, peccatori sempre bisognosi di misericordia, il tesoro di Dio si riversa in noi e sugli altri mediante noi. Altrimenti, saremo soltanto pieni di tesori nostri, che si corrompono e marciscono in vasi apparentemente belli». Per il Papa l’opera che la comunità anglicana capitolina svolge insieme ad altre di lingua inglese per i poveri, i malati e gli emarginati di Roma può essere perciò vissuta in quest’ottica: «Una comunione vera e solida cresce e si irrobustisce quando si agisce insieme per chi ha bisogno», «attraverso la testimonianza concorde della carità» solo così «il volto misericordioso di Gesù si rende visibile nella nostra città».

Da semplice parroco il Papa ha anche risposto alle domande che gli sono state rivolte da tre giovani anglicani. «Il dialogo ecumenico si fa in cammino» ha ripetuto Francesco rispondendo alla domanda se è meglio dare la priorità alla collaborazione dell’azione sociale anziché seguire il cammino più esigente dell’accordo teologico. «Questo – ha detto il Papa – non si può fare in laboratorio: si deve fare camminando, lungo la via. Noi siamo in cammino e in cammino facciamo anche queste discussioni. I teologi le fanno. Ma nel frattempo noi ci aiutiamo, noi, l’uno con l’altro, nelle nostre necessità, nella nostra vita, anche spiritualmente ci aiutiamo. Ci aiutiamo nelle nostre necessità, nella nostra vita, nel servizio alla carità, ai poveri, agli ospedali, nelle guerre».

Un africano, tra i tanti presenti, gli ha chiesto cosa possiamo imparare dall'esempio delle Chiese del Sud del mondo. «Le Chiese giovani hanno una vitalità diversa, e cercano modi di esprimersi diversi. Una liturgia a Roma non è lo stesso che una liturgia in Africa, e questo dice che i giovani hanno più creatività». E ha aggiunto: «Io sto studiando, i miei collaboratori stanno studiando la possibilità di un viaggio in Sud Sudan. Perché? Perché sono venuti i Vescovi, l’anglicano, il presbiteriano e il cattolico, tre insieme a dirmi: “Per favore, venga in Sud Sudan, soltanto una giornata, ma non venga solo, venga con Justin Welby”, con l’arcivescovo di Canterbury. Da loro, Chiesa giovane, è venuta questa creatività. E stiamo pensando se si può fare, se la situazione è troppo brutta laggiù… Ma dobbiamo fare perché loro, i tre, insieme vogliono la pace, e loro lavorano insieme per la pace».

Questo è dunque il tempo di un comune ringraziamento. «Perché tra i cristiani è cresciuto il desiderio di una maggiore vicinanza, che si manifesta nel pregare insieme e nella comune testimonianza al Vangelo, soprattutto attraverso varie forme di servizio». Un segno chiaro per i cattolici presenti non di una convivenza per mescolare tutto ma per condividere la stessa fede e per mostrare come la Roma fondata dal sangue degli apostoli Pietro e Paolo è cristiana nella misura in cui è ecumenica.