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Il viaggio in Iraq. Papa Francesco: mai più uccidere in nome di Dio

Stefania Falasca, inviata in Iraq sabato 6 marzo 2021

Il Papa nella piazza della città antica di Mosul

Nei vicoli dell’antica Baghdeda bambini si accalcano davanti a un cancello di ferro forato dalle pallottole per guardare l’arrivo di papa Francesco. Il Papa è atterrato in elicottero a Qaraqosh, la città della Piana di Ninive a maggioranza cristiana più grande dell’Iraq. Nella cattedrale di Al-Tahira entra attorniato dalla folla che agita palme cantando in aramaico, la lingua madre del cristianesimo siriaco in Iraq, quella parlata da Gesù.

«Santità lo accogliamo oggi come i niniviti accolsero “Giona, il predicatore della verità”, secondo la nostra tradizione siriaca», gli dice il patriarca siro-cattolico Ignazio Youssef III presentando la comunità cristiana di Qaraqosh, dove il cristianesimo risale al tempo degli Apostoli.

Ad accogliere Francesco nella chiesa dedicata a Maria Purissima, il più grande santuario cristiano costruito dai fedeli in Iraq, anche alcuni musulmani arabi, kurdi, yasidi e kakais. Una visita inimmaginabile per questa comunità multireligiosa e multietnica che nei secoli ha cercato di convivere in pace nella fertile e biblica Piana di Ninive, che oggi conta 35mila abitanti dei quali il 90 percento cristiani.

L’arrivo del Papa è per questa gente un balsamo sulle ferite ancora aperte inferte dalle milizie del sedicente Stato Islamico che il 6 agosto del 2014 invasero la Piana di Ninive costringendo 120 mila persone a fuggire in una notte. La cattedrale di Qaraqosh fu profanata e bruciata, le statue decapitate, i libri sacri buttati al rogo nel cortile e il coro usato come poligono da tiro.

Il Papa nella chiesa della Immacolata Concezione a Qaraqosh - Vatican Media / Ansa

Oggi le colonne di marmo annerite dal fuoco sono tornate a splendere come una volta e nella parrocchia sono ritornate circa seimila famiglie. Prima dell’invasione del Daesh erano il doppio. «Guardandovi, vedo la diversità culturale e religiosa della gente di Qaraqosh, e questo mostra qualcosa della bellezza che la vostra regione offre al futuro – ha detto loro papa Francesco – La vostra presenza qui ricorda che la bellezza non è monocromatica, ma risplende per la varietà e le differenze. Allo stesso tempo, con grande tristezza, ci guardiamo attorno e vediamo altri segni, i segni del potere distruttivo della violenza, dell’odio e della guerra. Quante cose sono state distrutte! E quanto dev’essere ricostruito! Questo nostro incontro dimostra che il terrorismo e la morte non hanno mai l’ultima parola».

L’esodo dei cristiani dai territori iracheni non è stato solo effetto diretto di traumi subiti da parte dei jihadisti del Daesh negli anni 2014-2017 in cui le milizie del Califfato hanno posto la loro capitale a Mosul, spargendo delirio e terrore nella Piana di Ninive e in tutto il Paese.

La fuga dei cristiani dall’Iraq inizia da molto prima, nel caos che ha spazzato come un vortice il Paese dopo le operazioni militari statunitensi del Desert Storm del 1990-91 e poi Iraqi Freedom del 2003, quelle che portarono alla fine del regime di Saddam Hussein. Prima del 2003, anno del conflitto che porta alla caduta di Saddam Hussein, i cristiani erano circa un milione e mezzo. L’orrore della guerra e l’occupazione della Piana di Ninive da parte del sedicente Stato Islamico li ha ridotti a 300mila. Rimangono ancora aperti i cantieri della pace, della sicurezza e della stabilità. La crisi economica, la disoccupazione, la corruzione e il dramma di più di un milione e mezzo di sfollati interni che mettono a dura prova i progetti di sviluppo.

«Diciamo ‘no’ al terrorismo e alla strumentalizzazione della religione». Scandisce il Papa incontrando la comunità a Qaraqosh, invitando alla riconciliazione: «Chiediamo a Dio di concedere pace, perdono e fraternità a questa terra e alla sua gente. Non stanchiamoci di pregare per la conversione dei cuori e per il trionfo di una cultura della vita, della riconciliazione e dell’amore fraterno, nel rispetto delle differenze, delle diverse tradizioni religiose, nello sforzo di costruire un futuro di unità e collaborazione tra tutte le persone di buona volontà».

«Mentre scendevo con l’elicottero, ho visto la statua della Vergine Maria su questa chiesa dell’Immacolata Concezione, e ho affidato a lei la rinascita di questa città» ha detto infine Papa Francesco, chiamando i fedeli ad alzarsi perché «il mondo veda da qui» la recita dell’Angelus.

La dedica del Papa nella chiesa di Qaraqosh - .

Prima di arrivare a Qaraqosh papa Francesco era entrato a piedi nelle macerie di Mosul, che è stata la roccaforte del Daesh. Lungo la strada che da Qaraqosh porta a Mosul i cippi bianchi dei cimiteri si alterano al filo spinato dei campi profughi, per chilometri. A Mosul, che con le sue macerie mostra tutte le ferite, i musulmani hanno composto canti per accogliere il Papa.

Najeeb Michaeel, Arcivescovo di Mosul e Aqra dei Caldei ha dato il benvenuto al Papa nella «terra dei profeti» a nome dei suoi abitanti. «La Mesopotamia è culla comune per le credenze antiche e le religioni abramitiche. Grazie di essere qui tra noi. Lei è un pellegrino di pace e una voce che risveglia coscienze – ha detto –. Ieri Giona ha convertito i niniviti e sono stati salvati. Oggi noi vogliamo una voce profetica che aiuti questo popolo sofferente che sopporta il fardello della violenza, dell’ingiustizia e della disuguaglianza sociale».

Il Papa nella città antica di Mosul - Reuters

Francesco ha voluto innalzare da queste macerie la preghiera per tutte le vittime delle guerre. (QUI IL TESTO) «Qui a Mosul le tragiche conseguenze della guerra e delle ostilità sono fin troppo evidenti – ha detto a Hosh al-Bieaa nella piazza delle chiese che gli ijahidisti avevano usato come deposito di armi – Com’è crudele che questo Paese, culla di civiltà, sia stato colpito da una tempesta così disumana, con antichi luoghi di culto distrutti e migliaia e migliaia di persone – musulmani, cristiani, yazidi e altri – sfollati con la forza o uccisi!». E prima della preghiera da «questa città di Mosul, in Iraq e nell’intero Medio Oriente, vorrei condividere con voi questi pensieri – ha ripreso il Papa, ribadendo e scandendo bene quello che in sintesi ha predicato in questi intensi giorni: «Se Dio è il Dio della vita – e lo è –, a noi non è lecito uccidere i fratelli nel suo nome. Se Dio è il Dio della pace – e lo è –, a noi non è lecito fare la guerra nel suo nome. Se Dio è il Dio dell’amore – e lo è –, a noi non è lecito odiare i fratelli».


LA MESSA CONCLUSIVA A ERBIL

È a Erbil, nella Regione autonoma del Kurdistan iracheno, che Papa Francesco ha voluto terminare il suo viaggio apostolico in Iraq. Il suo congedo ha voluto lasciarlo dalla città più antica del mondo che negli ultimi anni, oltre ai rifugiati siriani ha accolto nei suoi campi profughi circa 540.000 sfollati iracheni, giunti qui dal resto del Paese, in particolare Qaraqosh e Mosul, per sfuggire al Daesh.

Il Papa ha così tenuto la messa nello stadio Franso Hariri a Erbil, dove, rivolgendosi ai diecimila fedeli presenti, ha loro indicato la via di Gesù che «ci libera da un modo di intendere la fede, la famiglia, la comunità che divide, che contrappone, che esclude, affinché possiamo costruire una Chiesa e una società aperte a tutti e sollecite verso i nostri fratelli e sorelle più bisognosi. E nello stesso tempo – ha aggiunto – ci rafforza, perché sappiamo resistere alla tentazione di cercare vendetta, che fa sprofondare in una spirale di ritorsioni senza fine».

Da questa terra biblica da dove ha avuto inizio la storia della salvezza, il Papa ha voluto pertanto concludere ripartendo dalla missione, affermato ancora una volta che «la potenza dello Spirito Santo ci invia, non a fare proselitismo, ma come suoi discepoli missionari, uomini e donne chiamati a testimoniare che il Vangelo ha il potere di cambiare la vita». Papa Francesco ha quindi ringraziato la Chiesa in Iraq «che con la grazia di Dio, ha fatto e sta facendo molto per proclamare la sapienza della croce, diffondendo la misericordia e il perdono di Cristo, specialmente verso i più bisognosi. Anche in mezzo a grande povertà e difficoltà». E questo – ha detto – è uno dei motivi che mi hanno spinto a venire in pellegrinaggio tra di voi a ringraziarvi e confermarvi nella fede e nella testimonianza».