Papa

Intervista. Papa Francesco: nel tempo sono diventato più buono. Decide Lui quanto resto

Redazione Internet venerdì 1 luglio 2022

Il Papa con la giornalista argentina Bernanda Llorente

Dalla pandemia alla cura della casa comune, dai giovani all’impegno nella politica, dalla Chiesa in America latina alla crisi delle istituzioni, tornando sul grande tema della guerra e tentando infine un bilancio del proprio pontificato.

Sono tanti gli argomenti affrontati da papa Francesco nella lunga conversazione con Bernarda Llorente, giornalista della principale agenzia di stampa argentina, Télam.

I vaccini in Africa: qualcosa non ha funzionato

Francesco guarda a un atteggiamento che si sta imponendo di fronte all’epidemia da coronavirus che, confessa, non gli sta piacendo. L’esempio che fa è quello dell’Africa rimasta senza un approvvigionamento di vaccini sufficiente; ravvede, insomma, altri interessi nella gestione, alla luce del fatto che – dice - “qualcosa non ha funzionato”. “Usare la crisi a proprio vantaggio significa uscirne male e, soprattutto, uscirne da soli”, ribadisce. E critica perciò la presunzione che un singolo gruppo possa uscire dalla crisi: si tratta, infatti, secondo il Papa, di una illusione: parla infatti di “salvezza parziale, economica, politica o di alcuni settori del potere”.

Da rivedere il concetto di "guerra giusta"

Tra le crisi più drammatiche c’è la guerra. Il riferimento all’Ucraina è esplicito, il Papa tuttavia ricorda anche le tragedie del Ruanda, della Siria, del Libano, del Myanmar. “Una guerra, purtroppo, è una crudeltà al giorno. In guerra non si balla il minuetto, si uccide”, evidenzia amaramente il Pontefice mettendo sotto accusa di nuovo la struttura di vendita di armi che la favorisce. Inoltre, torna sul concetto di ‘guerra giusta. “Ci può essere una guerra giusta, c'è il diritto di difendersi, ma il modo in cui il concetto viene usato oggi deve essere ripensato”, dichiara Francesco che riporta ancora una volta l’attenzione sull’importanza di sapersi ascoltare – anche semplicemente nella vita ordinaria - per poter dialogare e fugare, in questo modo, ogni possibilità di arrivare ai conflitti. A questo proposito, ricorda una sua visita nel cimitero di Redipuglia per il centenario della guerra del 1914, le sue lacrime impossibili da trattenere. E’ capitato anche nel cimitero di Anzio: “Che crudeltà”, commenta. Ripensando allo sbarco in Normandia e ai 30.000 ragazzi rimasti senza vita sulla spiaggia a motivo dei nazisti, si chiede: “È giustificabile, questo?”. E invita a visitare i cimiteri militari in Europa poiché aiuta a rendersene conto.

L’Onu senza potere

Alla luce di queste osservazioni, il Papa confessa la disillusione nei confronti dell’operato delle Nazioni Unite che – per quanto contribuiscano a evitare le guerre (il pensiero a Cipro, per esempio) - non riescono a fermarle, “non hanno alcun potere”.

L'uso distorto della natura

L’altra crisi, quella ambientale – sulla quale pure torna a soffermarsi il Papa, prima di sintetizzare lo stile a cui si è ispirato nel suo Magistero in questi quasi dieci anni di pontificato – non viene trascurata. Francesco parla dell’uso distorto che l’uomo fa della natura che, però, “te la fa pagare”: la usi, lei ti travolge. Prendiamo a schiaffi in continuazione l’universo. “Usiamo male le nostre forze”, afferma il Papa. La preoccupazione per il surriscaldamento del pianeta lo porta a raccontare ancora una volta la genesi dell’enciclica Laudato Si’, e a precisare che la natura non è vendicativa ma “non perdona” se noi mettiamo in moto processi degeneri.

Fiducia nei giovani malgrado il disimpegno

L’universo giovanile occupa una parte consistente dell’intervista. In particolare il Papa si sofferma sul disimpegno politico che sembra emergere inesorabile: “sono scoraggiati”, dice Francesco che annovera gli accordi mafiosi e di corruzione tra le concause del disincanto. Da qui l’invito del Papa a imparare, invece, “la scienza della politica, della convivenza ma anche della lotta politica che ci purifica dagli egoismi e ci fa progredire”. Il Papa mostra tuttavia di riporre fiducia nei giovani, anche se non vanno solitamente a messa: l’importante è aiutarli a crescere e accompagnarli.

I ‘mali dello specchio’

Francesco si addentra anche a descrivere quelli che ritiene i mali del nostro tempo: narcisismo, scoraggiamento e pessimismo, i mali della cosiddetta psicologia dello specchio. Secondo lui si combattono con il senso dell’umorismo “che rende più umani” e con il confronto, con la filosofia dell’alterità.

Un bilancio di 10 anni di Pontificato

In vista dei dieci anni dalla elezione, il prossimo anno, gli viene chiesto di tracciare un bilancio della sua attività al Soglio di Pietro. Papa Francesco sottolinea che ha “raccolto tutto ciò che i cardinali avevano detto nelle riunioni pre-conclave”. “Non credo che ci sia nulla di originale da parte mia – ammette - ma ho avviato ciò che avevamo deciso tutti insieme”. E’ in sostanza lo stile che ha prodotto la nuova Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium, risultato di otto anni e mezzo di lavoro e consultazioni già in nuce tempo prima. E’ venuta così fuori l’esperienza missionaria della Chiesa. Il Papa insiste nel non volersi intestare l’intera paternità, nel senso che è stato come il catalizzatore di un processo: “Cioè non sono idee mie. Che sia chiaro. Sono le idee di tutto il Collegio Cardinalizio che ha chiesto questo”.

L’impronta latinoamericana

Riconosce, papa Bergoglio, che c’è un approccio tipicamente latinoamericano nell’essere Chiesa dialogante con il popolo di Dio e che egli ha impresso inevitabilmente nel Magistero. Coglie l’occasione, a questo proposito, di ricordare il fatto che quella Chiesa “è stata snaturata quando il popolo non ha potuto esprimersi e ha finito per essere una Chiesa di caporali, con gli agenti pastorali al comando”. Consiglia di leggere il filosofo argentino Kush “che meglio ha colto cosa sia un popolo”. Francesco precisa che il popolo latinoamericano ha potuto manifestare il suo vero protagonismo proprio in ambito religioso, tuttavia non dimentica di citare i tentativi di ideologizzazione che la stessa Chiesa ha avuto, come lo strumento di analisi marxista della realtà per la Teologia della Liberazione. “È stata una strumentalizzazione ideologica, un percorso di liberazione - mettiamola così - della Chiesa popolare latinoamericana. Ma una cosa sono i popoli, un’altra i populismi”, scandisce.

“La Chiesa latinoamericana presenta in alcuni casi aspetti di sudditanza ideologica – continua il Papa - ci sono stati e continueranno ad esserci, perché questo è un limite umano. Ma è una Chiesa che ha saputo e sa esprimere sempre meglio la sua pietà popolare”. Il pontefice ribadisce l’importanza di guardare il mondo dalle periferie esistenziali e sociali, proprio alla luce del nesso tra queste e il popolo. Da qui l’invito a visitare anziani pensionati, bambini, quartieri, fabbriche, università, “dove si gioca il quotidiano. Ed è lì che si mostra il popolo”. Lo sguardo di Francesco al proprio continente di origine è quello di chi lo vede in lento cammino, di lotta, del sogno di San Martín e Bolívar, per l'unità. “È sempre stata vittima, e lo sarà sempre finché non si libererà del tutto dagli imperialismi sfruttatori”, evidenzia, pur rilevando che tutti i Paesi hanno questo problema. Invita pertanto a lavorare sull’incontro di “tutto il popolo latinoamericano, al di là delle ideologie, con la sovranità, affinché ogni popolo senta di avere la propria identità e, allo stesso tempo, abbia bisogno dell'identità dell'altro. Non è facile”, ammette.

Attenzione alle distorsioni mediatiche

Quanto all’importanza che la voce di papa Francesco assume oggi nel mondo a livello sociale e politico, il pontefice precisa la coerenza, tra ciò che sente davanti a Dio e agli altri, che guida il suo agire e le sue affermazioni. E aggiunge di non essere preoccupato se non riusciranno davvero a cambiare le cose, sebbene egli desidera che servano. Riflette sul fatto di dover fare molta attenzione circa il rischio di manipolazione del suo pensiero da parte dei media e fa l’esempio di una controversia nata, nell’ambito delle osservazioni sulla guerra in Ucraina, facendo leva sulla omissione della condanna di Putin. "Per esempio, con la guerra, c'è stata un'intera controversia per una mia dichiarazione su una rivista dei gesuiti: ho detto che 'qui non ci sono né buoni né cattivi e ho spiegato perché. Ma hanno preso questa dichiarazione da sola e hanno detto: 'Il Papa non condanna Putin!'.
Ma “la realtà è che lo stato di guerra è qualcosa di molto più universale, più serio, e non ci sono buoni e cattivi. Siamo tutti coinvolti e questo è ciò che dobbiamo imparare”. Più in generale, Francesco mette in guardia dalle tendenze mediatiche che portano alla distorsione della realtà mentre comunicare – osserva – significa “impegnarci bene”. E, a questo proposito, evoca i quattro “peccati della comunicazione”: disinformazione (dire ciò che fa comodo); calunnia (inventare a danno di una persona); diffamazione (attribuire a qualcuno un pensiero nel frattempo cambiato); coprofilia (amore per la sporcizia, il gusto per lo scandalo). “La comunicazione è qualcosa di sacro” e bisogna farla con “onestà e autenticità”, scandisce il Papa che chiede pertanto ai media una sana obiettività, “il che non vuol dire che sia acqua distillata”. “Il comunicatore, per essere un buon comunicatore, deve essere una persona corretta”, afferma.

La vita è bella se si sa aspettare

Nella parte conclusiva dell’intervista Bergoglio approfondisce questioni personali: i tempi del conclave, il cambiamento della sua vita dopo l’elezione, ma anche la sua vita prima di diventare pontefice. Ed ecco il suo racconto: "Bergoglio non avrebbe mai immaginato di finire qui. Mai. Sono arrivato in Vaticano con una valigetta, con i vestiti che avevo addosso e poco più. Inoltre, ho lasciato a Buenos Aires le prediche preparate per la Domenica delle Palme. Ho pensato: nessun Papa inizia il suo ministero la Domenica delle Palme, quindi tornerò a casa il sabato. In altre parole, non avrei mai immaginato che sarei stato qui".

Il Pontefice riconosce poi che "nella vita si impara a essere universali, a essere caritatevoli, a essere meno cattivi", e afferma di non aver "mai camminato da solo nella mia vita. Ci sono sempre stati uomini e donne, a partire dai miei genitori, i miei fratelli - una è ancora viva - che mi hanno accompagnato. Non riesco a immaginarmi come una persona solitaria, perché non lo sono".

Con la sua consueta ironia, guardando a se stesso il Papa dice ancora: "Poverino, che cosa ti è toccato! Ma non è così tragico essere papa. Si può essere un buon pastore". E su come pensa di essere cambiato ammette "che sono diventato più misericordioso. Nella mia vita ho avuto periodi rigidi, in cui ho preteso troppo. Poi ho capito che non si può seguire quella strada, che bisogna saper guidare. È questa la paternità che ha Dio".

"Questo saper aspettare gli altri è proprio di un padre - conclude il Pontefice -. Sa cosa ti sta succedendo, ma fa in modo di farti andare da solo, ti aspetta come se nulla fosse. È un po' quello che oggi criticherei di quel Bergoglio che, in qualche tappa, non sempre, come vescovo è stato un po' più benevolo. Ma nella tappa da gesuita è stato molto severo. E la vita è molto bella con lo stile di Dio, di saper sempre aspettare. Sapere, ma fare finta di non sapere e lasciare che maturi. È una delle saggezze più belle che la vita ci regala".

E alla domanda dell'intervistatrice Bernarda Llorente: "Avremo Papa Francesco ancora per un po'?", risponde: "Lasciamo che lo dica Lui lassù".