Papa

Bergoglio. «Perché loro e non io?» Il carcere nel cuore fin dai tempi di Buenos Aires

Lucia Capuzzi sabato 5 novembre 2016

Papa Francesco a Casal di Marmo (Osservatore Romano)

«Alcuni dicono: sono colpevoli. Io rispondo con la parola di Gesù: chi non è colpevole scagli la prima pietra. Guardiamoci dentro e cerchiamo di vedere le nostre colpe. Allora, il cuore diventerà più umano». L’uomo con il cleryman nero e il borsello pronunciò la frase mentre si dirigeva alla fermata del bus 109. Aveva fretta di tornare verso il centro, a Plaza de Mayo. La sera del Giovedì Santo amava fare la tradizionale visita a Gesù-Eucaristia in sette chiese. Jorge Rouillon, giornalista del prestigioso quotidiano argentino La Nación, rimase spiazzato dall’umile schiettezza di quel sacerdote che era da poco diventato arcivescovo di Buenos Aires. Era il 1 aprile 1999. Jorge Mario Bergoglio aveva incontrato il cronista all’uscita del carcere di Devoto dove aveva celebrato la Messa e lavato i piedi a un gruppo di detenuti. Quando il reporter gli chiese perché avesse scelto proprio i carcerati, citò il brano evangelico del giudizio universale: «Sono stato prigioniero e siete venuti a trovarmi”. Poi, aggiunse: “Il mandato di Gesù vale per ognuno, ma soprattutto per il vescovo che è il padre di tutti».

Il primo Giovedì Santo di Francesco

Per la stessa ragione, molto tempo dopo, Bergoglio avrebbe scelto di celebrare il primo Giovedì Santo come successore di Pietro, nella cappella Padre misericordioso del centro di reclusione minorile Casal di Marmo di Roma. «Come prete e come vescovo devo essere al vostro servizio - ha detto quel 28 marzo 2013 -. Ma è un dovere che mi viene dal cuore: lo amo». In questo, uno dei suoi modelli, aveva confessato a Sergio Rubín e Francesca Ambrogetti nel libro-intervista El jesuita (in Italia pubblicato da Salani con il titolo Papa Francesco), è il cardinal Casaroli, che andava a visitare i minori detenuti tutti i fine settimana. San Giovanni XXIII, poco tempo prima di morire, raccomandò all’ormai segretario di Stato: «Non smettere mai di andare da loro». Bergoglio ha fatto suo tale monito: da arcivescovo ha svolto tre visite pastorali alla prigione di Devoto. E da Papa continua a ritagliarsi spazi per chiamare o visitare i carcerati.

Farsi prossimo

«Andare» è un verbo cardine del suo magistero. La Chiesa si muove per farsi prossima agli ultimi, agli emarginati, agli scartati. La vicinanza concreta e spirituale ai reclusi tocca, però, anche un’altra corda – altrettanto cruciale – del pensiero e dell’azione del cristiano Bergoglio. L’aveva espresso lui stesso nell’incontro con i cappellani delle carceri dell’ottobre 2013. «Mi domando: perché lui e non io? Merito io più di lui che sta là dentro? Perché lui è caduto e io no? E’ un mistero che mi avvicina a loro». Tali parole contengono in filigrana quanto già affermato nell’intervista a La Civiltà Cattolica. Alla domanda su chi fosse Jorge Mario Bergoglio, il Papa aveva risposto: «Un peccatore». A cui – aveva proseguito – «Dio ha rivolto i suoi occhi». «Miserando atque eligendo», «Lo guardò con sentimento d’amore e lo scelse»: la frase di San Beda il Venerabile a proposito di San Matteo, dunque, è molto più del motto dello stemma di Francesco. E’ la sua stella polare. Poiché in essa è contenuto il mistero di un Dio disposto a portare su di se il male del mondo pur di dimostrare il proprio amore all’essere umano.

Misericordia, carta d'identità di Dio

Questa è la misericordia tanto spesso richiamata da Francesco. Non sensibilità d’animo o, peggio, buonismo. Bensì la consapevolezza che ogni uomo e donna è oggetto dello sguardo divino. In particolare, coloro che se ne sentono esclusi. «Reclusione non vuol dire esclusione. Capito?», ha detto il Papa ai carcerati boliviani di Palmasola. Per questo, non poteva mancare, in occasione del Giubileo, un momento di condivisione con i detenuti. Anche se stavolta, a muoversi saranno questi ultimi, il pensiero corre al consiglio di Giovanni XXIII a Casaroli: «Non smettere di andare da loro».