Papa

Gmg. Papa Francesco ai giovani carcerati: Dio vi vede come figli. E li confessa

Mimmo Muolo, inviato a Panama venerdì 25 gennaio 2019

Confessati dal Papa in carcere. Quattro ragazzi e una ragazza, quest'ultima condannata per omicidio. Uno di loro non aveva una gamba e portava le stampelle. Francesco ha dovuto confessarlo in piedi. Sono le immagini di uno dei momenti più intensi della Gmg di Panama. Per la prima volta infatti la liturgia penitenziale di una Giornata mondiale della Gioventù si è svolta in un luogo di detenzione, il carcere minorile “Las Garzas” de Pacora, dove ci sono 180 giovani e dove il Papa è arrivato verso le 10 ora locale (le 16 in Italia). Moltissimi ragazzi portavano il rosario al collo e per accogliere il Pontefice cantando: "Questa è la gioventù del Papa". Un incontro speciale volutamente inserito nel programma della Gmg per testimoniare che a tutti può essere data una nuova possibilità.

Il Pontefice, infatti, ha portato all'interno di questo luogo di rieducazione una parola di speranza: “Abbiamo un Padre che ci ama. Che bella cosa”. E poi ha aggiunto: “Tutti abbiamo un orizzonte. Aprite la finestra del cuore e guardatelo”, invitando nel contempo a combattere “la cultura delle etichette, che squalificano le persone”, come pure il tarlo del “non puoi farcela”. “Voi potete farcela – ha detto ai giovani reclusi – perché Gesù vi può dare la forza”. Secondo il prefetto della Dicastero per la Comunicazione, Paolo Ruffini, "questo momento offre una chiave di lettura della Gmg: il Papa si fa prossimo e nell'incontro si trova la possibilità del riscatto". Il direttore ad interim del Direttore della Sala Stampa vaticana, Alessandro Gisotti, dice che è stato "un altro venerdì della misericordia", come quelli del Giubileo straordinario.

Qui del resto gli ospiti possono imparare un mestiere (panetteria, falegname) e loro stessi hanno costruito i confessionali della Gmg. Il giovane Luis che saluta a nome degli altri il Santo Padre, conferma le parole del Papa, ricordando il momento in cui udì una voce interiore gli disse: “Non tutto è finito”. Allora, aggiunge, “compresi che Dio mi era vicino”. Vorrebbe diventare uno chef internazionale, per riprendere la propria vita. “Non ho parole – conclude - per descrivere la libertà che sento in questo momento”. Una nuova possibilità.

Ecco come Emma Alba Tejada, la direttrice dell'Istituto, si rivolge al Papa al termine della visita: “Grazie per aver assicurato a questi giovani che Dio li ama e che un futuro senza violenza e trasgressione è possibile. Grazie per aver testimoniato che siamo tutti uguali e che lungo il cammino del bene indicato da Gesù lei ci acccompagna”. Ne sono testimoni i doni offerti al Papa dai ragazzi: tra gli altri un quadro che raffigura Panama e una cesta di pane fatto con una ricetta tipica dell'Argentina.

Il Papa infatti invita a guardare avanti. Cambiare è possibile. “Non credete a chi vi sussurra continuamente 'Non puoi farcela, non puoi farcela'. Attenti a questo tarlo che vi rode dentro”. E' la posizione di chi è intimamente convinto che chi è nato 'pubblicano' deve morire 'pubblicano', ma questo non è vero. Il Vangelo ci dice tutto il contrario”. All'inizio della liturgia penitenziale è stato letto infatti il brano di Luca in cui Gesù ricorda che “si fa più festa in cielo per un peccatore pentito, che per 99 giusti che non hanno bisogno di conversione”.

E Francesco invita a misurare la distanza tra “lo sguardo della mormorazione e del pettegolezzo”, di chi non sopporta che il Signore vada a pranzo con i pubblicani e i peccatori, e “quello della conversione”, proprio di Cristo: “Il Signore non vede un'etichetta, né una condanna, ma vede dei figli”.

Invece “sembra più facile dare titoli ed etichette che congelano e stigmatizzano non solo il passato ma anche il presente e il futuro delle persone”, ammonisce il Papa. Tuttavia questo è “uno sguardo sterile e infecondo”, mente la scelta di Gesù è quella di “stare vicino e di offrire nuove opportunità”. Le etichette, infatti, producono solo divisione: “Di qua i buoni, di là i cattivi; di qua i giusti, di là i peccatori”. Ma ognuno di noi, fa notare Francesco, “è molto di più delle sue etichette”. “Questo atteggiamento – aggiunge il Pontefice - inquina tutto perché alza un muro invisibile che fa pensare che emarginando, separando e isolando si risolveranno magicamente tutti i problemi”. Gesù invece “rompe la logica che separa, esclude, isola e divide falsamente tra “buoni e cattivi”. E non lo fa per decreto o solo con buone intenzioni, ma creando legami”. Anche perché “ognuno di noi è molto di più delle sue etichette”.

Dai singoli al tutto, infine: “Una società si ammala quando non è capace di far festa per la trasformazione dei suoi figli; quando vive la mormorazione che schiaccia e condanna, senza sensibilità. Una società è feconda quando sa generare dinamiche capaci di includere e integrare”, cioè sa dare “nuove possibilità ai suoi figli”, impegnandosi a “creare futuro con comunità, educazione e lavoro”.

Prima di recarsi a Pacora, Francesco aveva incontrato in forma privata 450 giovani cubani nel Collegio Esclavas, vicino alla nunziatura. Poi aveva fatto parte del tragitto verso il carcere in Papamobile per salutare gli abitanti del quartiere periferico di Pacora, che lo hanno accolto e accompagnato con grande entusiasmo fino in pratica alle porte dell'Istituto. Anche loro avevano bisogno di una iniezione di fiducia.