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La visita. Il Papa a Nomadelfia: la comunità dove «la fraternità è legge»

Andrea Fagioli venerdì 2 febbraio 2018

Gioia e gratitudine a Nomadelfia per l’annuncio della visita di Francesco il prossimo 10 maggio. A ventinove anni esatti dall’incontro con Giovanni Paolo II, un Papa torna dove «la fraternità è legge» e vive un popolo di volontari cattolici che vuole, come le prime comunità cristiane, costruire una nuova civiltà fondata sul Vangelo. Attualmente la popolazione della cittadella nei pressi di Grosseto è composta da 270 persone divise in 50 famiglie.

Dalla fondazione, settant’anni fa, ad opera di don Zeno Saltini, sono stati almeno 5 mila i figli accolti nelle famiglie di Nomadelfia dove tutti i beni sono in comune. Non esiste proprietà privata, non circola denaro. Si lavora solo all’interno e non si è pagati. Le famiglie sono disponibili ad accogliere figli in affido. Quattro o cinque famiglie insieme formano un «gruppo familiare». Le scuole sono interne e l’obbligo scolastico è stato portato a 18 anni. Arrivando la mattina poco dopo le 8 (accolto da monsignor Rodolfo Cetoloni, vescovo di Grosseto, don Ferdinando Neri e Francesco Matterazzo, presidente della Comunità), il Papa si recherà subito a pregare sulla tomba di don Zeno, scomparso nel 1981 e di cui è in corso la Causa di beatificazione.

Sarà un’occasione per ricordare anche Irene Bertoni, la prima «mamma di vocazione», cofondatrice della comunità, morta a Roma nel 2106. Poi incontrerà un «gruppo familiare» dove si condivide la vita quotidiana per i pasti, ma anche per l’educazione dei figli e i momenti ricreativi. La struttura logistica del «gruppo» è composta da una casa comune (che comprende una piccola cappella con l’Eucarestia, le sale da pranzo, la cucina e i laboratori) e da altre piccole casette attorno, che rappresentano la zona notte delle singole famiglie. Sostanzialmente il «gruppo familiare» è una famiglia di famiglie che ogni tre anni viene sciolto e le famiglie vanno ad abitare con altre per formare nuovi gruppi familiari.

Prima di partire alle 9,30 in elicottero alla volta di Loppiano, Francesco incontrerà tutta la popolazione nella sala intitolata a don Zeno, il fondatore, nato a Fossoli di Carpi, in provincia di Modena, il 30 agosto del 1900. Da giovane prete don Zeno si fece subito padre di un ragazzo appena uscito dal carcere: sarebbe stato il primo di quei 5 mila figli ricordati.

A San Giacomo Roncole (Modena) fondò l’Opera piccoli apostoli. Nel 1941 una ragazza, Irene, accettò di farsi mamma di questi figli: fu, come detto, la prima delle «mamme di vocazione». Alcuni sacerdoti si unirono a don Zeno dando inizio a un clero comunitario. Nel 1947 occuparono l’ex campo di concentramento di Fossoli e si formarono le prime famiglie di sposi disposte ad accogliere i ragazzi senza famiglia.

I «Piccoli apostoli», decisi a fondare una nuova civiltà fondata sul Vangelo, diventarono un popolo: Nomadelfia, che dopo varie vicissitudini approdò in Maremma dando vita all’attuale realtà i cui componenti dicono oggi di guardare al passato solo per illuminare un presente in cui desiderano «continuare a percorrere la strada che don Zeno ha tracciato per ricordare agli uomini la bellezza di essere tutti fratelli, in quanto figli di Dio».

Il limite di don Zeno, ha detto qualcuno, è stato quello di avere troppa fiducia nell’uomo, illudendosi che sia possibile costruire una società libera in cui non ci siano altre leggi se non quella della fraternità. Ma la sua utopia aveva radici profonde e Nomadelfia continuerà ad essere una «proposta», un seme gettato per la costruzione di una civiltà che possa veramente dirsi cristiana.