Papa

Il libro. Il Papa: pregare con le “mani sporche” discutendo con Dio per affidarsi a Lui

Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin martedì 24 ottobre 2023

Papa Francesco lo scorso agosto a Lisbona, dove si è recato per la Giornata mondiale della gioventù

Dalla politica all’economia, dalla riforma della Curia Romana alle minacce alla “casa comune” fino al rinnovamento dell’annuncio del Vangelo. E senza dimenticare alcuni aspetti personali della propria vita di pastore e di uomo di fede, e del proprio servizio alla Chiesa universale, e di una sollecitudine nei confronti della vita e delle condizioni di ciascun essere umano che trova sintesi nell’espressione «vicinanza di cuore». S’intitola “Non sei solo. Sfide, risposte, speranze” il libro edito da Salani (288 pagine, euro 15,90) in cui papa Francesco torna a raccontare e a raccontarsi, affidandosi ai giornalisti Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin: libro del quale anticipiamo ampi passi del capitolo sesto, intitolato “Tra l’umano e il divino”. Il Pontefice argentino si era già affidato ad Ambrogetti e Rubin: e da quella conversazione era nato un libro, “Papa Francesco. Il nuovo Papa si racconta”, anch’esso edito da Salani. Un dialogo che non è mai cessato e che prosegue il viaggio alle radici e agli orizzonti di questo pontificato, come accade con il volume fresco di stampa “Non sei solo”. Un’occasione per mettere a fuoco “sfide, risposte, speranze”. Sempre alla luce del Vangelo.

«È veramente un mistero… in teoria lei non dovrebbe riuscire a camminare e invece sale persino le scale…» Questa frase non è stata pronunciata da nessun profano in materia di salute, bensì dai medici che si occupano di Francesco. È quanto gli hanno detto pochi anni dopo l’inizio del suo pontificato. Il punto è che tale elezione è stata accompagnata da un fatto in un certo senso inspiegabile per la scienza, cosa che, agli occhi della fede, lo fa sembrare un miracolo (perché è esattamente l’argomento usato dal Vaticano per spiegarlo). Si tratta della scomparsa dei forti dolori alla colonna vertebrale dovuti a un problema ai dischi e alle ossa dei piedi, scomparsa in parte spiegata anche grazie ai due incontri settimanali – il martedì e il venerdì – di fisioterapia a cui iniziò a sottoporsi e alla bravura dei due professionisti che l’hanno assistito, uno dei quali una donna che aveva aiutato an- che Giovanni Paolo II. Entrambi gli fecero notare, tenendo in conto anche l’avanzare dell’età e la sua attività, che: «Lei non si rende conto delle condizioni in cui dovrebbe essere e di quelle in cui invece è». Francesco rispose loro che lo viveva come «una grazia di Dio».

Per il resto, Jorge Bergoglio continua a dormire sei ore al giorno. Spegne la luce alle dieci di sera e si alza alle quattro. Più circa quaranta minuti di siesta. Nonostante le sue molteplici attività, continua a leggere molto, un’abitudine semplificata dal fatto che, alle scuole medie, era stato allenato a farlo velocemente. E non abbandona nemmeno la consuetudine di scrivere tutto a mano con una grafia molto piccola. (...) Se è vero che Jorge Bergoglio si muoveva per Buenos Aires a piedi o con i mezzi pubblici e che, anche da arcivescovo e cardinale primate, rifiutava l’auto con l’autista, non lo faceva soltanto per il suo spirito da “girovago”. «Lo facevo per una scelta di povertà, ma anche perché ritenevo importante vivere e sentire ciò che la gente vive e sente quotidianamente» dice (...). «Secondo me, il primo apostolato di un prete è quello dell’orecchio» sottolinea. Un atteggiamento che continua a conservare anche nel ruolo di papa (...).

Un giornalista spagnolo una volta ha detto che lei è il Papa degli atei. Come la prende questa definizione?
Come un complimento.

Ma lei è il Papa dei cattolici…
Sono un pastore della Chiesa, ma sono qui per tutti. E dovrò rendere conto a Dio di ciascuno.

(...) Gesù «fu molto critico circa la mancanza d’umanità, il legalismo dei dottori della legge, il predominio delle ideologie… Invece, l’elemento umano, persino il più miserevole, l’umanità malata, l’umanità peccatrice, l’umanità ignorata, l’accetta e appare nel Discorso della Montagna e nel protocollo in base al quale saremo giudicati. (...)». Francesco si dispiace perché l’umanità di Gesù «è stata rifiutata fin dall’inizio non solo dai dottori della legge, ma anche da alcune correnti spiritualiste che l’hanno interpretata in maniera più intimista» (...). E mette in guardia dicendo che non si tratta di qualcosa di appartenente al passato, ma che anzi oggi è «pieno di movimenti gnostici che non si occupano dell’umanità di Gesù. Per esempio, attorno a noi si ammazzano, ma ci astraiamo in corsi di spiritualità, gnostica disincarnata, teoricamente cristiani». (...)

Ci sono correnti spiritualistiche molto in voga da ormai diversi decenni che promuovono un isolamento dal mondo per riuscire a raggiungere un presunto benessere personale, in contrasto con il cristianesimo (e non solo il cristianesimo), che propone la ricerca della felicità nell’incontro con l’altro.
Certo, prendersi un giorno per astrarsi, contemplare la natura e respirare aria pura può essere una cosa sana. Ma tuttavia: l’isolamento dei monaci anticamente non era solo per pregare, comprendeva anche il lavoro. I primi padri nel deserto fabbricavano ceste. E poi è arrivato San Benedetto con il suo «ora et labora». Il darci amorevolmente agli altri è un mandato evangelico e ci fa bene. Di solito si dice che si è più soddisfatti nel dare piuttosto che nel ricevere. Nel darsi, una persona diventa pienamente umana e cristiana. (...)

Ma un Papa non riposa? Non ha bisogno di momenti di solitudine?
Ieri pomeriggio ho sentito che avevo bisogno di isolarmi, ho spento tutto e sono rimasto da solo a pregare su una poltrona del mio studio. Non è stato soltanto un momento di preghiera, ma anche di rilassamento fisico e mi ha dato molta pace. A volte esco in cortile e resto un po’ da solo perché sento il bisogno di solitudine. Senza questi momenti non riuscirei a sopportare di essere sempre sotto i riflettori. Ma non mi piace prendermi delle vacanze. L’ultima volta è stato nell’estate del 1975, quando vivevo a Buenos Aires. Andai con la mia comunità gesuita nella città balneare di Mar del Plata. L’anno successivo decisi di non andare perché sentivo che si avvicinava un colpo di Stato militare con gravi conseguenze e preferii restare nella sede della Confraternita di Gesù. In quell’occasione mi accorsi che potevo organizzare le vacanze in altro modo: più preghiera, più lettura, più musica, più silenzio, approfittando del fatto che tutti erano via. E ci presi gusto a quel tipo di vacanza.

Immagino conveniamo che a molte persone non piace starsene rinchiuse…
Diciamo che mi creo un paesaggio interiore.

E la natura le piace?
La adoro.

Preferisce il mare o la montagna?
La pianura.

La pampa argentina?
Sì, adoro le campagne della provincia di Buenos Aires.

Ossia, vedere l’orizzonte?
Certo, che non finisce… l’immagine dell’infinito. L’orizzonte è una realtà. Una realtà obiettiva che mi mette a contatto con la trascendenza. (...) Sarà per questo che amo la pianura.

Guardare oltre vuol dire guardare Dio? Guardare il suo destino?
Vuol dire guardare tutto. Tutto ciò che non è qui è oltre. E guardando oltre vedo il vicino, l’amico, il nemico, quello diverso da me… Dio… vedo tutto ciò che c’è oltre. Vuol dire uscire da me stesso. Uso spesso la parola “uscita”. La Chiesa che esce è ciò che ci permette di incamminarci verso l’orizzonte.

La preghiera può essere terapeutica?
Sì perché crea sintonia non solo nell’anima, ma anche nel corpo.

Ripete delle formule oppure parla con Dio?
A volte ripeto delle formule, altre me ne resto in silenzio davanti a Dio. Da questo punto di vista sono libero. Ma la preghiera non può essere ridotta a degli schemi. Bisogna pregare per come si è nella vita, ovverosia, con le mani sporche e tenendo presenti due aspetti che appartengono sia alla preghiera che alla vita: il coraggio, interpretato come parresia, ovvero parlare francamente, dire tutto, e la pazienza nel senso di sopportazione. Spesso parlo, chiedo, ascolto e persino mi addormento. È curioso, ma a volte il giorno dopo, inaspettatamente, arriva la risposta. La senti e la vedi persino con chiarezza.

Quando un credente ringrazia, la preghiera sembra più facile, ma quando chiede a Dio di trovare il senso di una sofferenza, allora diventa più difficile…
Un maestro della domanda è Dostoevskij, che si chiede perché i bambini soffrano e non trova una risposta. Ci sono tragedie che non si possono spiegare. Per esempio la morte di un bambino in un incidente. Mi hanno chiesto molto in merito a questo argomento durante la mia vita sacerdotale. Rispondo che non ho una risposta e che guardino il crocifisso perché sia il Signore a rispondere. C’era un teologo che distingueva tra significato e spiegazione. Ci sono cose che hanno un significato, ma non una spiegazione. E davanti alle quali bisogna alzare gli occhi, avere il coraggio di discutere con Dio, sì, proprio così, di discutere con Dio. Ma alla fine chiedergli di sistemare le cose a modo suo.

In ogni caso, dalla prospettiva cristiana c’è sempre la speranza nel miracolo…
Ovvio. Sono stato testimone dall’inizio alla fine del caso di una coppia sposata molto credente che ha dovuto affrontare la grave malattia di una figlia e ha pregato a lungo e con grande fiducia in Dio fin quando non è avvenuta una guarigione quasi miracolosa.

Ma non avviene così spesso, e il dolore di solito è tremendo, insopportabile…
Dio non ci sottopone mai a situazioni che non siamo in grado di sopportare. Sebbene ci si opponga, si insulti, si imprechi, cosa molto umana, se si è fedeli nella ricerca, alla fine si trova un po’ di sollievo. Perché Dio è sempre accanto a noi.