Opinioni

Zan: «Il mio ddl ha 'animus' sereno». Ma il testo è sbagliato e preoccupante

Marco Tarquinio giovedì 15 aprile 2021

Gentile direttore,
nel corso di questi mesi di discussione pubblica e parlamentare nel merito della proposta di legge contro l’omotransfobia, la misoginia e l’abilismo, di cui sono stato relatore alla Camera e che ora si appresta iniziare l’iter al Senato, 'Avvenire' ha ospitato all’interno delle sue pagine un dibattito franco, onesto e limpido, che sono convinto abbia aiutato il testo del ddl anche a migliorare e a trovare quell’ampia convergenza in Aula a Montecitorio lo scorso 4 novembre. Tuttavia, direttore, mi preme scriverle per chiarire un punto che ritengo fondamentale, non tanto sul contenuto o sulle scelte degli strumenti giuridici adottati di cui peraltro si è già dibattuto moltissimo in questo quotidiano, ma piuttosto sull’animus di questa proposta di legge e di chi la sostiene convintamente. Da più parti leggo che questa viene considerata una legge a tutela di “minoranze”, con particolari riferimenti al contrasto dei fenomeni di discriminazione e violenza omotransfobica, e quindi alla tutela della comunità lgbt+. Così non è. Questa è una legge che intende tutelare dimensioni dell’identità personale di ciascun individuo, come il sesso, il genere, l’orientamento sessuale, l’identità di genere e la disabilità, dimensioni che la Repubblica ha il compito di preservare e difendere. Sotto il profilo penale infatti, questo ddl considera i reati – o le aggravanti di reato – esclusivamente sulla base dei motivi di odio che spingono il reo a un determinato comportamento violento, derivanti dalla condizione personale di chi lo subisce, non in base a chi lo subisce. In altre parole, il testo approvato alla Camera non identifica né tantomeno crea minoranze, ma tutela condizioni personali che sono parte dell’identità e della personalità di ciascun essere umano. Parliamo di istigazioni d’odio e di violenze a danno di vittime vulnerabili. Tuttavia è altrettanto chiaro e innegabile che nella società italiana, come fotografano numerosi osservatori europei per i diritti umani, i crimini d’odio basati sul sesso, sul genere e sull’orientamento sessuale e identità di genere delle vittime colpiscono le donne e le persone lgbt+. Proprio perché sostenuto da questo animus, sono stati numerosissimi gli appelli del mondo femminista a sostegno di questo provvedimento. Ed è proprio perché “Avvenire” ha già dato prova di un’altissima qualità di dibattito nel merito, che le chiedo di ospitare una voce che possa rispondere alle critiche comparse sul quotidiano da lei diretto in queste ultime ore. La ringrazio, come sempre, per l’attenzione e la disponibilità. Buon lavoro,

Alessandro Zan deputato del Pd

Grazie, gentile onorevole Zan, per l’apprezzamento che riserva ancora una volta alle nostre cronache e alle opinioni che abbiamo espresso e ospitato nel dibattito sulla proposta di legge che porta il suo nome. Personalmente, e l’ho già dichiarato, non ho dubbi che sia positivo e anti-discriminatorio l’animus con cui lei ha promosso quella proposta, che durante l’esame alla Camera ha subìto un’evoluzione indubbia anche se non sufficientemente chiara e ancora insidiosa. Le successive correzioni che al contrasto all’omotransfobia hanno aggiunto quello alla misoginia e all’abilismo (“coinvolgendo” cioè donne e persone disabili) hanno reso il testo ancor più “plurale” di quanto già non fosse in partenza. Ma non hanno fugato, e hanno anzi accresciuto, la preoccupazione che per questa via paradossalmente si “categorizzino” minoranze e minoranze e minoranze... Come lei sa, è un allarme serio che – con diverse sfumature – lanciano in parecchi, da giuristi insigni come il presidente emerito della Corte costituzionale Cesare Mirabelli ad attivisti per i diritti civili come l’ex parlamentare Paola Concia, e che coinvolge esponenti della società, della politica e della cultura di orientamento differente e anche opposto. È un allarme sentito da gran parte del mondo femminista, ferito e diviso dal tenore di questa iniziativa normativa. È un allarme confermato dai vescovi Italiani, che per primi lo fecero suonare. È un allarme profondo, proprio come quello che risuona per altri punti del testo che (non da solo, anche se è il solo già approvato dalla Camera) è ora all’esame del Senato. Penso, in particolare, alla lettera “d” dell’art. 2 e all’art. 4 che finiscono per lasciare aperta la porta alla sanzione penale non solo di chi compie, come lei scrive, «un determinato comportamento violento» o istiga concretamente a esso, ma persino di chi esprime una civile opinione. Non voglio qui entrare nei dettagli, ma semplicemente sottolineare un problema di efficacia della legge e una questione di libertà di tutti. Che non è mai libertà di offendere e di usare violenza contro chicchessia, le persone omosessuali come ogni altra cittadina e ogni altro cittadino, in qualunque condizione personale essi si trovino. Mi colpisce, inoltre, che queste preoccupazioni serie e motivate stiano purtroppo trovando spazio quasi solo sulle colonne del giornale che dirigo, e che anche noti opinion leader o – come si dice adesso – influencer si permettano di liquidare queste obiezioni serie e motivate addirittura come manifestazioni «omofobe». L’animus del legislatore è molto importante, ma il testo di una legge e le conseguenze che esso produce lo sono di più.