Opinioni

Il 26 maggio. Per una scelta senza strabismi. Il voto degli italiani e l'Europa

Francesco Riccardi sabato 25 maggio 2019

Un voto strabico. Guardando più a Roma che non a Strasburgo, Pensando al governo italiano e alla maggioranza che lo regge piuttosto che ai nuovi equilibri del Parlamento Europeo e al destino dell’Unione. È questo, oggi, il rischio per noi elettori italiani. Scambiare l’occasione di partecipare a una grande e storica votazione democratica – nazioni diverse, che attraverso l’elezione di loro rappresentanti si dicono di nuovo disponibili a mettere in comune diritti e doveri, risorse e progetti, strategie e speranze – con un referendum tutto interno sul governo giallo-verde di Roma. Confondere la possibilità di determinare nuovi assetti, e dunque altre rotte politiche e una diversa coesione dei popoli nel Continente, con il piccolo cabotaggio dei rapporti di forza fra i partiti italiani e, in particolare, tra Movimento 5 Stelle e Lega, alleati-competitori ora alla guida del Paese.

Certo, le forze politiche hanno fatto di tutto perché questo rischio diventasse concreto, concentrando la campagna elettorale sui temi nazionali, confinando invece la grande questione europea nello stretto recinto di qualche slogan vuoto di contenuto. "Più Europa" gli uni; "meno euroburocrati" gli altri, senza esplicitare reali programmi politici attuabili a Bruxelles, rinfacciandosi a vicenda alleati veri e presunti più o meno impresentabili. L’importanza di questo voto e la posta in gioco a livello continentale avrebbero meritato tutt’altro impegno e trattamento.

Sottolinearlo non è rifugiarsi nell’irenismo. Così come non è peccare di ingenuità pensare che non valga la pena crucciarsi troppo – domani, quando avremo i risultati delle urne – sui destini di questa XVIII legislatura repubblicana. Perché essa rimane fortemente segnata - e non potrebbe essere altrimenti - dal risultato del voto del 4 marzo 2018. Il paradosso, infatti, è che nonostante l’attenzione sia tutta rivolta ai rapporti di forza interni alla maggioranza di governo, assai difficilmente il voto europeo potrà portare a un cambiamento significativo degli assetti politici per come si sono delineati finora. Per una serie di buone ragioni, pratiche e politiche.

La prima, molto banale ma fondamentale, è che non esistono (o quasi) maggioranze alternative a quella attuale. La somma dei seggi al Senato e alla Camera, infatti, non permette alla Lega di portare il Centrodestra unito al governo del Paese e rende assai problematico al M5s di formare un’ipotetica maggioranza diversa con il Partito Democratico. Ciò non solo limita di molto gli spazi di manovra dei due partiti – qualunque sarà il risultato che emergerà dallo spoglio delle schede –, ma di fatto renderà poco più che simbolica anche l’eventuale esibizione muscolare dell’una o dell’altra forza politica pure nel caso di un incremento dei consensi. Perché al partner diciamo "perdente", in calo di popolarità, converrà sempre cercare di restare al governo facendo pesare la forza dei propri seggi e caricando maggiormente i temi e le politiche che lo caratterizzano.

Allo stesso tempo, il "socio" che pure risultasse in netta crescita di preferenze, difficilmente vorrà assumersi la responsabilità di ribaltare il tavolo e farsi tentare da nuove elezioni subito, se non con in tasca la certezza più che matematica di andare, da solo o con alleati determinati, oltre il 51%. E questa ipotesi, in un sistema politico fortemente caratterizzato da una condizione (almeno) tripolare, appare non impossibile, ma al momento poco probabile.

Dovessimo azzardare una previsione interna, comunque vadano queste elezioni europee, M5s e Lega paiono destinati a restare insieme – da separati in casa o con un nuovo slancio di "amorosi sensi" starà a loro – perché simul stabunt, simul cadent, "insieme stanno e insieme cadono". E a determinarlo, eventualmente, non saranno tanto i consensi che esprimeremo oggi nelle urne, ma l’impegnativa legge di bilancio che il governo dovrà approntare per fine anno. L’unica reale motivazione per rompere l’alleanza e tornare alle urne in Italia, infatti, potrebbe essere proprio questa: evitare di doversi assumere la responsabilità di una manovra difficilissima e assai costosa, lasciando al Paese il conto dell’aumento dell’Iva da saldare e ripartendo con mirabolanti promesse in campagna elettorale.

Davvero non vale la pena di votare oggi guardando al nostro ombelico a Roma. Meglio alzare lo sguardo – come ha invitato a fare, con realismo e speranza, anche il cardinale Bassetti, presidente della Cei – e cercare di scrutare lontano, a quell’Europa solidale, motore di vita e di sviluppo che può essere il nostro orgoglio e di cui sentiamo il bisogno.