Opinioni

Giornata «pro orantibus». Vite e voci date a Dio (e parlano di noi)

Riccardo Maccioni venerdì 22 novembre 2013
Esistono guerre che si vincono solo disarmati. Montagne che si scalano in ginocchio. Successi che ottieni quando scegli l’ultimo posto in cartellone. Sono le battaglie che ciascuno deve combattere contro se stesso, il confine che distingue l’essere dall’apparire, la vita dalla sopravvivenza, il vedere dal più banale guardare. In palio non c’è la gloria, ma la gioia di donarsi, l’umiltà che sconfigge la superbia, l’essenzialità che fa breccia sui lustrini luccicanti.Perché alla scuola del Vangelo è primo chi si abbassa, la vittoria si maschera da sconfitta, sei ricco quando rinunci alle tue certezze per lasciare posto a Dio. Detto in altro modo, la vera rivoluzione consiste nel farsi abitare dal Signore, stare con lui, imparare i suoi tempi. Come Maria, la madre della speranza, quella che si nutre di ascolto, di contemplazione, di pazienza. Il riferimento inarrivabile, l’esempio su cui modellare la propria esistenza.I monaci e le suore di clausura fanno proprio questo. Con lo sguardo fisso alla Vergine, puntano sul nascondimento e la rinuncia, di fronte all’attivismo di una società sempre in affanno, scelgono "la parte migliore", come Maria di Betania, come santa Teresina. Come la novizia che di notte vigila con la sua preghiera sul giovane disperato, sulla solitudine di un vecchio, sulla malattia di una madre. In fondo la Giornata per le claustrali o pro orantibus, celebrata ieri, non è nient’altro che un richiamo, un invito. Ci ricorda che i monasteri sono piccole luci sempre accese sulla strada di casa, conforto e rifugio per le anime inquiete, luoghi dello Spirito dove ogni giorno, 24 ore su 24, c’è chi prega per noi. Anche se siamo degli estranei. Anche se magari eravamo tra chi ironizza sulla scelta di chiudersi in un Carmelo. Come instancabili tessitrici, le monache di clausura ricamano bellezza nella vita dello spirito. La loro preghiera è scudo contro il male, oasi nel deserto delle nostre solitudini, riposo e riparo per i cuori stanchi. Grandi nella scelta di farsi piccole, scelgono la povertà per vestirsi di Cristo. Spose innamorate, testimoniano non se stesse ma la forza del Vangelo. E per dialogare usano il vocabolario del cuore. Perché il loro silenzio non è fine a se stesso o peggio, immerso nella morte, ma coraggioso. Trasmette vita, è un invito a superare il superfluo, ci insegna ad andare oltre l’effimero, per immergerci nell’eterno presente di Dio.Nessun timore del confronto con gli altri, nessuna fuga. Chi almeno una volta è entrato in clausura, sa che oltre la grata non ci sono uomini e donne impaurite, ma del tutto consapevoli di ciò che avviene fuori. Anzi proprio la scelta di rinunciare al mondo, rende più facile capirlo e conoscerlo. Così da presentarlo a Dio, e imparare ad amarlo di più. Malgrado il dolore di vedere che si butta via, che rinuncia all’abbraccio dell’eternità per consumarsi in abitudini piccole, vuote e spesso pericolose. E allora lo sguardo si posa di nuovo su Maria, l’icona più espressiva della speranza cristiana, come l’ha definita ieri papa Francesco parlando alle monache benedettine camaldolesi. Una speranza che la rende attenta e sollecita alle cose umane. Apparentemente banali e inutili. E invece importanti agli occhi del Signore. E di una monaca, che nel silenzio di una piccola cella pregherà di notte perché si lascino trasformare dallo Sposo, perché ne accettino l’amore. Per riscaldare e disegnare un piccolo ricamo di luce sul nostro cuore indurito.