Opinioni

L'epidemia e noi. Vita quotidiana con il virus

Ferdinando Camon martedì 25 febbraio 2020

Il Nord Italia è in ginocchio, prostrato dal virus. Il Nord c’è chi lo ama e chi lo odia. Perché il Nord a sua volta (non tutto, ovviamente, ma una certa parte) non ama e non apprezza certe parti d’Italia, le irride e le sfotte. Adesso che il Nord ha bisogno di comprensione e di aiuto, non da tutti lo riceve. Scrivo questo articolo da una città a metà strada fra Vo’ e Mira, che sono due focolai del virus, sono anche il cuore del Nord Est, e come tale si attirano i bersagli che si attira il Nord Est. Per chi non lo ama, per chi lo disprezza, o per chi lo invidia (che poi è la stessa cosa), che cos’è il Nord Est? Schei. Soldi. Ebbene, c’è qualche inviato di giornale che sostiene di essere stato nel centro di Vo’, all’osteria, e aver sentito la gente parlare di schei. Impossibile. La gente non è così limitata e oligofrenica, se no gli schei non li avrebbe fatti mai. Ma il Nord in ginocchio è una buona occasione per tirargli un calcio. Ischia ha vietato l’arrivo ai turisti dalla Lombardia e dal Veneto, poi s’è pentita e ha ritirato il divieto. Io credo che questi rancori facciano del male a tutti: abbiamo un problema, se lo affrontiamo insieme lo risolviamo prima e lo risolviamo meglio. Diamoci da fare. Anche perché il resto del mondo ci considera in blocco, e pensa che questo è un malanno dell’Italia tutta intera. Ci sono siti che titolano: «L’Italia lazzaretto d’Europa».

E in effetti qui c’è un problemaccio: perché siamo la nazione più infetta d’Europa? C’è stata qualche falla nella prevenzione e nella protezione?

Al Brennero l’Austria ci blocca i treni, poi ci ripensa e li lascia passare, ma comunque è in allarme verso di noi. Dalla Francia la signora Le Pen sta pensando di rendere più severi i controlli sull’entrata dei nostri concittadini, poi ritira la minaccia, ma intanto l’ha formulata. Ieri mattina un volo da Londra a Milano è partito con ritardo, perché un passeggero ci ha ripensato e ha voluto scendere, non voleva più andare a Milano. Un gruppo di nostri connazionali, appena sceso a Mauritius, s’è visto porre brutalmente l’alternativa: o accettavano di andare in quarantena, o tornavano indietro tutti. Noi ci comportiamo come le iene su un campo di battaglia: passiamo tra i feriti, li annusiamo, e mangiamo i più prossimi alla morte. Alludo all’aumento dei prezzi. Che ha qualcosa di folle, non umano, non cristiano, ma mercantile. L’insistenza con cui ci raccomandano da tutte le parti di lavarci le mani, ha moltiplicato l’acquisto dell’amuchina, e adesso ci son negozi dove questo disinfettante, comodo ed efficace, ha rispetto a un mese fa un prezzo aumentato del settecento per cento. Anche su Amazon.

Ci comportiamo come le iene su un campo di battaglia: passiamo tra i feriti, li annusiamo, e mangiamo i più prossimi alla morte. Alludo all’aumento dei prezzi

C’è il virus, si salvi chi può. Dicevo che il virus ha una fonte di diffusione a Vo’, vicino a casa mia. Vo’ è uno sconosciuto paesino dei Colli Euganei. Sconosciuto fino a tre giorni fa, da tre giorni ci sono stati casi di contagio, e il paesino è diventato famosissimo. Sconosciuto in latino si dice ignobilis, e ignobilis Tito Livio (che è nato qui) definiva Canne, fino a quando c’è stata la battaglia che si fece strage: allora Canne, ignobilis Apuliae vicus, magnitudine cladis emersit, «sconosciuto villaggio della Puglia, per l’enormità della strage balzò alla cronaca». Così oggi Vo’. Nessuno sapeva che esistesse, ma scoppia il coronavirus e una dirigente della Rai manda un’inviata. La dirigente crede che Vo’ sia una città, e chiede: «La città è deserta?», l’inviata risponde: «Quale città? È un paesino». Infatti è una striscia di case lunga 200 metri. Il virus gli fa fare quel balzo nella cronaca che nessun abitante si sognava. Da Vo’ viene un commesso del negozio Pam sotto casa mia, un bravo ragazzo, che da quando ha scoperto che scrivo libri lo dice a tutti, con mio imbarazzo. Finito il lavoro, questo ragazzo tornava a casa a dormire, ma ora non può più. Adesso all’entrata del paesino c’è un posto di blocco dei carabinieri, nessuno entra, nessuno esce. Allora il commesso torna indietro e dorme dalle parti del negozio, dagli amici, ora qua ora là.

Che cosa sarà per lui il virus? La ricerca di un letto dove dormire. Scusate, squilla il cellulare, è la mia nipote che studia a Milano. Che vuole? Sta tornando in treno perché a Milano han chiuso l’università. Che cosa sarà il virus per lei? Un esame che slitta. Dovrà reimpostare il calendario degli esami. La sua vita e quella dei genitori vengono scombussolate. E la mia, se viene a dormire e a studiare da me, ma io sono il nonno, non conto niente. Ha una sorella più giovane, ancora al liceo, doveva andare in gita ma le gite sono annullate, dovrò stare attento perché se vuol venire da me mi toccherà andare a prenderla. Il virus è questo avvertimento: c’è il virus, stai a disposizione. C’è chi sta peggio. Leggo di una ragazza di 17 anni che voleva festeggiare il compleanno, aveva preparato una torta con 17 candeline e prenotato un ristorante. A Codogno. Altro focolaio del virus, stavolta lombardo, più grande di Vo’. Naturalmente, la rimpatriata a casa sua è proibita, la prenotazione al ristorante annullata. Compirà i 17 anni in solitudine. Cosa sarà per lei il virus? Quello che rovina i compleanni. Intervistata dice: «Pazienza i 17 anni, ma non mi tocchi i 18». Perché i giovani fanno una grande differenza tra i 17 e i 18 (voglio vederli domani, tra gli 80 e i 90). Se un grande evento ci tocca con un piccolo particolare, noi ricordiamo il piccolo particolare. Una signora si trovava dalle parti della Banca dell’Agricoltura quando scoppiò la bomba, stava facendo la spesa e tornata a casa, scaricando la spesa dalla borsa, si ferì alla mano: nella borsa eran finite schegge di vetro volate via dalle finestre esplose per la bomba. La signora conservò quei vetri. Per lei eran la prova dell’esplosione.