Opinioni

La vita e la morte di un giovane europeo. Bella è la storia da continuare

Gianfranco Marcelli sabato 15 dicembre 2018

Si può ancora morire per l’Europa, per il sogno di un Continente unito e solidale. Anzi si muore, come è toccato ad Antonio Megalizzi, giornalista radiofonico trentino, membro di una community internazionale di giovani talenti desiderosi di coltivare la professione senza frontiere. Quelle frontiere che quando lui era nato, 29 anni fa, stavano già cadendo e che molti, non sappiamo davvero quanti ma già troppo numerosi per non destare allarme, vorrebbero far rinascere. La vita di Antonio è rimasta in bilico per poco più di 48 ore, prima di spegnersi per il colpo di pistola esploso ai mercatini natalizi di Strasburgo da un coetaneo, Chérif Chekatt, in possesso di un passaporto come il suo.

La generazione dello speaker italiano è quella cresciuta e formata all’ombra del "progetto Erasmus", lanciato dall’Unione 31 anni fa, che al primo esperimento vide partire da un Paese all’altro 3mila e 200 giovani e che quest’anno dovrebbe superare i 350mila studenti coinvolti. Un successo che nessun euroscettico può mettere in discussione. Un vero "euronativo", Antonio, certamente orgoglioso delle sue origini italiane, ma altrettanto sicuramente incapace di immaginarsi diverso o migliore dei colleghi di altre nazionalità che lunedì sera gli erano vicini, mentre la pallottola del suo assassino gli si conficcava alla base del cranio.

A Strasburgo era arrivato da appena ventiquattr’ore, per raccontare la seduta plenaria di quell’Europarlamento che aveva cominciato a essergli familiare forse più del nostro Montecitorio. Se non fosse stato colpito, l’altroieri avrebbe magari potuto commentare in diretta il voto di una risoluzione con la quale l’Assemblea, unanime, tornava a chiedere la verità su Giulio Regeni, un giovane italiano come lui, quasi conterraneo (friulano di Fiumicello), anch’egli appassionato di giornalismo, ucciso barbaramente al Cairo nel gennaio del 2016.

Il capoluogo alsaziano dove Chérif, il terrorista di origini nordafricane, era nato e dove è morto poche ore prima di Megalizzi, è per molti aspetti un simbolo sinistro di quello che il nostro Continente è stato nella storia: un luogo e un territorio che ha visto scorrere sangue europeo a fiumi, durante guerre e occupazioni, una città contesa dove le bandiere francese e tedesca si sono più volte alternate, issate su pennoni irriducibilmente nemici. Da sessant’anni a questa parte Strasburgo ha cambiato volto, ha inalberato il vessillo azzurro con le dodici stelle dell’Unione, è diventato simbolo di riconciliazione e di dialogo.

Adesso il rischio è che nuove inimicizie, altri e non meno pericolosi conflitti in nome di un radicalismo religioso ingiusto e ingiustificabile riportino indietro gli orologi della storia. Lo stesso potrebbe avvenire se i rinascenti 'spiriti sovrani', tanto più se alimentati da desideri di vendetta, dessero vita a nuove chiusure o a caccie al diverso, di pelle o di fede. Antonio, ne siamo certi, si opporrebbe con tutte le forze, scriverebbe e, se necessario, da cittadino alzerebbe la voce contro i seminatori di discordie. Soprattutto, porterebbe la propria testimonianza di figlio di un’Europa che può e deve garantire ancora la pace e la tolleranza. È questa la bella storia che dobbiamo continuare a fare. Contro tutti gli spettri di un passato da lasciare per sempre alle nostre spalle.