Opinioni

Più consumo (e dipendenze) nel 2019. Via dal sistema dell'azzardo

Maurizio Fiasco domenica 9 febbraio 2020

Stavolta non ci si può limitare a un semplice bollettino dei dati annuali. Le anticipazioni sul gioco d’azzardo nel 2019 mettono in luce un fatto grave: nonostante i nuovi divieti di pubblicità (a volte aggirati), il consumo è ancora aumentato. Poco meno di due punti percentuali sui dodici mesi precedenti. Così, quei 108 miliardi e seicento milioni, registrati dall'ultimo bilancio, dichiarano che le misure di contenimento non bastano ancora. I concessionari le contrastano accanitamente, ma alla prova dei fatti esse non li danneggiano: sono troppo leggere e non sortiscono l’effetto sperato. In poche parole, è stato spento un terzo delle slot machine in funzione dal 2018; sono stati adottati, in circa 600 Comuni, regolamenti limitativi: tutto ciò non ha fermato la deriva di arruolamento di cittadini di ogni età all'abitudine di scommettere, di stare incollati allo schermo di una mangiasoldi, di grattare tagliandi. Oppure di passare un tempo di vita spropositato al computer, al tablet, al telefono mobile: per puntare denaro on-line e quindi versarlo a frequenza oraria crescente. In attesa di una qualche gratificazione.

La conclusione viene giù da sola: la fidelizzazione degli italiani al gioco d’azzardo denuncia l’estensione di massa della dipendenza patologica. Le campagne di prevenzione si sciolgono come neve al sole. E il taglio (ancora limitato) ai punti di accesso non valgono a contenere il rischio. Pur con 100mila slot machine accese in meno, infatti, il Disturbo da gioco d’azzardo (denominazione clinica della patologia) ha i numeri di un’epidemia, se non di una pandemia. Salta persino la stima – prudente sebbene tale da allarmare – che il ministero della Salute aveva diffuso poco più di un anno fa, indicando un milione e mezzo di persone affette da gambling addiction. Siamo entrati nel dodicesimo anno della crisi economica e gli ammalati si contano con cifre decisamente inflazionate. Non servono nemmeno gli screening sanitari: la misura del fenomeno patologico si ricava – in modo lineare – da quante giornate lavorative vengono annualmente dirottate verso le 51 porte d’accesso all’azzardo (tante quante sono le tipologie in Italia) e dalla massa di persone con account dei casinò on-line. I numeri? Almeno 120 milioni di giornate dedicate all’azzardo e quasi 5 milioni di nominativi di persone con un "conto di gioco" via web, per i casinò virtuali, per le scommesse on-line, per il poker digitale e altro ancora.

C’è anche una controprova. Il consumo di azzardo è in risalita persino in Piemonte, vale a dire anche in quei Comuni dove l’espulsione delle slot machine fuori dai quartieri cittadini è stata resa effettiva da più di due anni. All’incremento delle modalità con supporto fisico (dalle slot machine alle lotterie) comunque più modesto che altrove (si fa per dire: si tratta sempre di circa 80 milioni di euro!) la regione alpina registra un balzo di oltre 13 punti percentuali nell’azzardo on-line, ovvero di almeno 300 milioni di euro. Sommate le due poste, si sfiorano i 400 milioni, oltre un ventesimo in più sul 2018. Lasciamo le statistiche e andiamo al loro significato, con una domanda secca. Perché il gioco d’azzardo divora quantità crescenti di denaro e di tempo sociale di vita degli italiani? Perché tutti i consumi ristagnano, le condizioni di decoro delle famiglie peggiorano, e la povertà non diminuisce, ma prosegue questa dissipazione di reddito personale e di relazioni sociali? E cosa si deve fare, a questo punto, davanti a una disfunzione di massa che va cronicizzandosi?

La prima misura è ammettere una elementare verità: in Italia si è promosso un sistema industriale dell’azzardo che ha bisogno di aumentare inesorabilmente la popolazione di giocatori e di far concentrare al massimo il "consumo".


Con l’aiuto di un grafico lo si comprende facilmente. Le tre colonnine del grafico che accompagna questa riflessione mostrano che l’industria del gambling, e lo stesso Stato, per trattenere il margine di profitto (o di ricavo fiscale) devono far azzardare di più. Se ieri, per esempio, 'bastava' puntare 100 per ricavare 20, oggi la stessa quantità assoluta (per l’appunto, pari a 20) può essere ottenuta solo inducendo a puntare complessivamente 150, poi 200 e via via di più. Abbassare la soglia d’accesso ai giochi d’azzardo, per attrarre più consumatori, comporta di assottigliare i margini relativi. La seconda misura è passare da scelte di 'contorno' a una terapia d’urto per liberare l’ambiente degli uomini e delle donne dall’assedio di 238 mila 'punti vendita' dell’azzardo. In analogia con quanto realizzato, con successo, per il fumo nel 1995 e poi con i decreti successivi. La pratica dell’azzardo insomma va separata dai luoghi della vita quotidiana.

Del resto, da un quarto di secolo non si brucia più tabacco nei locali pubblici, nelle stazioni ferroviarie, negli uffici e, in misura crescente, persino nei parchi e sulle spiagge. E perché allora non alzare nettamente la soglia per raggiungere la postazione dell’azzardo, sia quella con supporto fisico e sia il canale digitale? Fuori dei quartieri e dei Comuni, e con barriere informatiche nella rete delle reti. Impossibile? Be’, una volta tanto prendiamo a esempio gli Stati Uniti: dopo l’esperimento (fallito) di Atlantic City, trasformata in città casinò, e dopo aver valutato il rischio dell’on-line, il governo federale ha relegato l’azzardo fuori dalle aree urbane, e confinato i casinò on-line nello Stato del Nevada. Possibile che solo a un Paese ultraliberista riesca quel che il Monopolio italiano dei giochi d’azzardo nemmeno prova a realizzare?