Opinioni

Il «laico» manifesto italiano che si unisce alla battaglia. Uteri in affitto, si alzano voci di donna e non solo

Marina Corradi sabato 5 dicembre 2015
Il «laico» manifesto italiano che si unisce alla battaglia Ma veramente avere un figlio da una donna di cui si è 'affittato' il grembo è un diritto, e una intangibile libertà? Il dibattito attorno alla maternità surrogata, vietata in Italia ma largamente possibile altrove, si va alzando. Dopo l’iniziativa 'Stop surrogacy', di cui si discuterà il 2 febbraio al Parlamento di Parigi, dopo le voci di femministe storiche come la francese Sylviane Agacinsky e l’italiana Luisa Muraro, entrambe intervistate da 'Avvenire', altre donne e altri uomini si interrogano sulla pratica che brutalmente, ma non senza verità, viene chiamata 'utero in affitto': avere un figlio da una sconosciuta, ingaggiata per portare avanti una gravidanza e consegnare, al parto, il bambino al padre biologico, eterosessuale od omosessuale, che ha fornito (o procacciato) il seme, o alla coppia che l’ha commissionato.  Sostanzialmente, un noleggio. Naturalmente, il bambino deve essere perfetto. Naturalmente, una donna che si presta a produrre un figlio per altri lo fa, quasi sempre, perché ha disperatamente bisogno di soldi. Che un figlio non sia una cosa che si vende e si compra, questo giornale lo scrive da molti anni, in solitudine. Ma lo pensano in tantissimi. Siamo contenti perciò che donne e uomini laici anche in Italia affrontino pubblicamente la questione – rischiando, come è già accaduto a un paio di colleghe di altri giornali ('Io donna' e il 'Corriere') e a quale intellettuale senza complessi, di farsi dare dell’«omofobo», l’etichetta più politicamente scorretta che ci sia. Etichetta che qualcuno vorrebbe trasformare in bavaglio penale, ma che non può oggi – e non dovrà domani – zittire alcuna civile voce. Il nuovo appello parte da 'Libere', donne legate nel 2013 a «Se non ora quando» e che adesso lanciano l’iniziativa «Che libertà». Firmano fra le altre Dacia Maraini, Livia Turco, Cristina Comencini; firmano uomini come Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Gramsci, Aurelio Mancuso, esponente di spicco dell’associazionismo gay, e il giurista Carlo Cardia. In tutto oltre un centinaio di adesioni. Laiche sono le ragioni dell’appello, che chiede all’Europa di bandire la maternità surrogata: «Non possiamo accettare che le donne tornino a essere oggetti a disposizione non più del patriarca, ma del mercato», dicono. E ancora: «I bambini non sono cose da vendere o donare, i bambini non sono merce». E mentre si afferma il favore al «pieno riconoscimento dei diritti civili di lesbiche e gay», si sottolinea che «il desiderio di figli non può essere un diritto da affermare ad ogni costo». È il 'diritto' al figlio, il punto caldo della discussione. Pretesa assoluta, ampiamente proclamata in questi anni, che però almeno nel caso di una coppia omosessuale maschile si scontra con la dura realtà: occorre una donna, per partorire un bambino. Già, occorre una donna. E se non c’è una volontaria disposta a farsi inseminare artificialmente, e a portare per nove mesi un figlio che non abbraccerà, la si può cercare nei Paesi poveri. Il Sud e l’Oriente del mondo, in questo senso, sono miniere. Per poche migliaia di dollari, ragazze preventivamente selezionate come 'fattrici' sane aspettano un figlio che non conosceranno dopo il parto. Donne, dunque, usate come semplici mezzi, bambini ridotti a cose di cui valutare, alla nascita, la piena rispondenza alla domanda del committente. Non c’è bisogno di essere cristiani, per avvertire la disumanità di questa pratica. Pensiamo, anzi, che se una simile proposta fosse stata tecnicamente fattibile negli anni Settanta dalle file del femminismo militante si sarebbe levato un ruggito: le donne, avrebbero detto, non sono macchine per fare i bambini. Nel tempo del 'diritto al figlio' e delle tante autoreferenzialità invece questa coscienza ha tardato, ma ci si sta arrivando. Era necessario e inevitabile. Umanamente e civilmente inevitabile, come su questo giornale diciamo, con tenace fiducia, da tempo. «Riprendiamoci la maternità», dicono nell’appello. Bello: riprendiamoci la maternità che, comunque, appartiene alle donne, in una differenza biologica incancellabile. Riprendiamoci, vorremmo aggiungere, anche quel silenzioso legame fra madre e nascituro che si tesse in nove mesi, e che non può essere programmaticamente negato, come fosse cosa da niente. «Nessun essere umano può essere ridotto a un mezzo», si legge ancora nell’appello. E il pensiero va a entrambi: padre e madre, che ci sono sempre, dualità indispensabile. E subito viene in mente il secondo imperativo categorico kantiano: che l’uomo sia nel nostro agire sempre un fine, e mai solamente un mezzo. Che una donna non sia mai un 'mezzo', che suo figlio non sia mai un 'prodotto', è questa la domanda all’Europa di un gruppo di coscienze laiche e che trovano con tanti credenti le stesse laiche e parole. Domanda che quasi lascia sperare che l’eclissi della ragione, attorno al 'diritto al figlio', si apra infine al riconoscimento di diritti e doveri di tanto anteriori, e scritti nella stessa nostra umanità.