Opinioni

Università malata Paese «infetto». Inchiesta di Firenze sulle abilitazioni «truccate»

Roberto Carnero mercoledì 27 settembre 2017

Lo scandalo delle abilitazioni universitarie in Diritto tributario che si presumono 'truccate' riaccende i riflettori su uno dei mali storici dell’Università italiana: la corruzione nel sistema del reclutamento di docenti e ricercatori. Un male radicato, vasto e diffuso, che nessuna delle riforme che si sono succedute negli anni sembra essere riuscita a scalfire. Ci sarebbe da scommettere che se la magistratura si mettesse a indagare capillarmente anche negli altri settori disciplinari, verrebbero fuori cose molto simili a quelle che stanno emergendo in queste ore a Firenze.

Nell’ipotesi accusatoria che coinvolge 59 docenti di tutta Italia, la Procura del capoluogo toscano parla di «logiche di spartizione territoriale» e di «reciproci scambi di favori» con valutazioni «non basate su criteri meritocratici, bensì orientate a soddisfare interessi personali, professionali o associativi». Quando si parla di concorsi universitari non bisogna pensare a selezioni di massa come sono normalmente i concorsi pubblici. I candidati in possesso dei titoli necessari ad aspirare alla carriera accademica sono in un numero limitato, significativamente superiore, però, ai posti disponibili nelle diverse discipline. In genere, ogni bando per ricercatore (il primo gradino della docenza universitaria, a tempo determinato), professore associato o professore ordinario (il secondo e terzo gradino, entrambi a tempo indeterminato) mette a concorso un solo posto, tanto che nei corridoi degli atenei si parla normalmente del 'concorso per Tizio' o del 'concorso per Caio'.

Questo perché quasi sempre un concorso viene bandito non con l’obiettivo di trovare il migliore candidato disponibile sulla piazza (come accadrebbe in una virtuosa logica concorrenziale), bensì allo scopo di 'sistemare' un certo candidato, in genere 'interno' (cioè proveniente dallo stesso ateneo presso cui è disponibile la cattedra), magari dopo anni di precariato. Se ti presenti a un concorso che non è per te, nella migliore delle ipotesi vieni gratificato con un giudizio positivo. Ciò accade quando il vincitore in pectore è titolato. Quando invece chi deve vincere è scarso, per far fuori i candidati migliori di lui, questi vengono 'massacrati' con giudizi negativi. Questo perché, a fronte di un ricorso, difficilmente la giustizia amministrativa entra nel merito della valutazione, limitandosi invece a esaminare la correttezza formale della procedura. Ciò determina, di fatto, una pressoché totale impunità dei commissari in mala fede. Il caso ora sotto la lente della Procura fiorentina non riguarda però un 'concorso' in senso stretto, bensì l’abilitazione scientifica nazionale (Asn), che la legge 140/2010 ha stabilito come prerequisito per poter partecipare ai bandi di chiamata, da parte dei singoli atenei, per le cattedre di professore ordinario e associato. Lo spirito della legge era buono: l’abilitazione andrebbe data, sulla base di un esame dei titoli, a tutti i candidati in possesso dei requisiti previsti (pubblicazioni in sedi riconosciute, incarichi di docenza presso atenei italiani ed esteri, partecipazioni come relatori a convegni, premi ottenuti per l’attività scientifica ecc.).

Peccato però che, come sembra essere accaduto per Diritto tributario, in molti casi le commissioni decidano di abilitare soltanto quei candidati ai quali sanno già di voler assegnare in seguito una cattedra. Abilitando quelli e soltanto quelli, si evita loro (e i commissari, soprattutto, evitano a se stessi) la 'fastidiosa' concorrenza di candidati fuori dai giochi, dalle cordate e dalle associazioni disciplinari. Queste ultime sono enti il cui fine ufficiale è quello di approfondire la disciplina attraverso congressi e iniziative scientifiche di varia natura; in realtà molto spesso l’interesse precipuo è quello di procedere, ai livelli apicali delle associazioni stesse, a spartizioni preventive dei posti che verranno messi a concorso.

Tanto che un mio caro amico addentro alle cose universitarie è solito definire l’associazione disciplinare della sua materia, tra il serio e il faceto, una «associazione a delinquere di stampo accademico». Tutto ciò non può che rattristare profondamente. Tutti sanno che in società complesse come la nostra la ripresa economica e la competitività produttiva – per limitarci a citare due aspetti concreti e misurabili – sono possibili solo a condizione di un sistema di istruzione valido ed efficiente. Ma se il reclutamento dei docenti universitari continuerà a essere gestito sulla base di logiche familistiche, baronali, sostanzialmente 'feudali', in quanto pure logiche di potere, non c’è molto di bene da sperare per il futuro del nostro Paese.