Opinioni

Parole non vere. Un’ampia convergenza sul dovere di soccorso

Andrea Lavazza mercoledì 26 agosto 2009
Che i migranti debbano godere di un diritto al soccorso e all’accoglienza costituisce uno dei presupposti perché u­na società possa dirsi pienamente civile. Si tratta di un portato della cultura cri­stiana della piena e paritaria dignità di o­gni essere umano, una convinzione diffu­sa e condivisa anche da chi, oggi, non fa professione di fede. E – pensiamo – non messa in discussione, almeno in questi termini generali, neppure da chi nel go­verno di centro-destra propugna una li­nea di legalità e fermezza nei confronti de­gli sbarchi sulle nostre coste. Perché allora l’animosità gratuita di alcu­ni rappresentanti della Lega verso prelati vaticani che, dopo la tragedia dei 73 eritrei orrendamente periti durante la traversa­ta verso l’Europa, hanno richiamato l’ele­mentare obbligo di soccorrere i naufraghi quando li si incontri in mare aperto? Se si rileggono con obiettività le parole pronunciate da monsignor Antonio Maria Vegliò a poche ore dalla notizia della ter­ribile sciagura non si può non notare per primo il rimando all’analisi del Papa sul fe­nomeno delle migrazioni contenuto nel­l’enciclica Caritas in veritate. E il succes­sivo riconoscimento che «è legittimo il di­ritto degli Stati a gestire e regolare le mi­grazioni ». Il presidente del Pontificio con­siglio per la pastorale dei migranti e degli itineranti esprimeva il dolore per il conti­nuo ripetersi di queste tragedie (si stima­no in 15mila le vittime dei tentativi di rag­giungere le coste del Vecchio Continente negli ultimi vent’anni) e non puntava il di­to contro alcuno. Che il ministro Calderoli abbia reagito con grotteschi attacchi personali può forse se­gnalare che una frase di monsignor Vegliò, pur non riferita direttamente all’Italia, ab­bia colpito nel segno. «Le nostre società cosiddette civili, in realtà hanno svilup­pato sentimenti di rifiuto dello straniero – aveva detto sabato scorso – originati non solo da una non conoscenza dell’altro, ma anche da un senso di egoismo per cui non si vuole condividere con lo straniero ciò che si ha. Poi si raggiungono estremi, ove la condivisione dei beni viene fatta prov­vedendo piuttosto al benessere degli ani­mali domestici». Di qui i tentativi di far passare come un e­stremismo eterodosso, magari venato di simpatie per l’opposizione, la doverosa difesa dei più deboli e dei più poveri, di­fesa sovversiva soltanto per i cuori aridi. Ma la strategia di far risaltare presunte di­vergenze o contraddizioni nel campo cul­turalmente avverso, di provare a gettare discredito prendendo di mira qualche e­sponente cui si imputano posizioni sopra le righe o incoerenti può funzionare in ambito politico-partitico. Sembra invece controproducente come un boomerang avvelenato quando usata contro un’isti­tuzione compatta e millenaria come la Chiesa. Perché da Benedetto XVI al cardinale Ba­gnasco, dai responsabili dei dicasteri va­ticani ai giovani del Meeting di Rimini (che hanno applaudito Calderoli per le argo­mentazioni ragionevoli che ha usato in quella sede) non ci può essere divisione o esitazione nel sostenere «il valore incom­primibile di ogni vita umana», come ha sottolineato nella sua ultima prolusione il presidente della Conferenza episcopale i­taliana, ribadendo che «l’immigrazione è una realtà magmatica: se non la si gover­na, si finisce per subirla. E la risposta non può essere solamente di ordine pubbli­co». Ecco allora che un ripensamento sul rea­to di clandestinità, per le conseguenze ne­gative e paradossali che pone in essere per tanti stranieri e le loro famiglie, e una mag­giore attenzione al destino di chi è respinto in Libia (se abbia cioè diritto a chiedere a­silo e che non sia imprigionato o maltrat­tato) sarebbero una prima risposta, sen­sata e concreta, alle sollecitazioni che ven­gono da molte parti e anche dalla Chiesa tutta, all’impegno umanitario della quale gli improvvisati critici dell’ultima ora – do­po aver distinto a proprio genio 'buoni' e 'cattivi' all’interno di essa – dichiarano infine di inchinarsi.