Opinioni

Per vincere ingiustizia e terrore . Un’altra storia

Marco Tarquinio domenica 24 luglio 2016
Vorremmo sperare di non essere in pochi tra i giornali d’Occidente ad aprire la prima pagina di oggi, domenica 24 luglio 2016, dando conto dell’orrenda strage di Kabul, nella quale jihadisti afghani legati al Daesh hanno assassinato 80 persone e ne hanno ferite altre centinaia. Esseri umani colpevoli soltanto di appartenere a una minoranza, quella hazara, in prevalenza di religione islamico–sciita, la cui storia – già costellata di discriminazioni, di feroci persecuzioni e di terribili pulizie etniche – è diventata di nuovo drammatica negli anni segnati dalla minaccia dei fondamentalisti sunniti che chiamiamo taleban. E questo è qualcosa di intollerabile, che non può più essere considerato con quella sufficienza che porta a catalogare certi eccidi come eventi minori, in fondo ineliminabili in pezzi di mondo incomparabilmente diversi dal nostro. Alla strage di uomini, così, si somma la strage della verità. E il risultato, pur nell’era della comunicazione globale e istantanea, è che questi orrori continuano a sgranarsi in un tragico, infinito rosario perché l’opinione pubblica internazionale non li vede, non li patisce e non li esecra per ciò che intollerabilmente sono. Colpi d’artiglio che ci riguardano e che, poco a poco, uccidono anche noi. Ma chi piange per Kabul, oggi? Chi trema, meglio se d’indignazione, per la vergogna di una tale violenza resa endemica e addirittura coltivata? Chi tiene ancora in primo piano il dossier Afghanistan, nazione mosaico, destabilizzata dalle guerre scatenate dalle potenze europee e occidentali e piagata dall’avvelenamento ideologico della religione islamica propugnato dai signori dei petrodollari? Chi riflette a fondo sulle cause della migrazione forzata di tanti giovani figli di quella terra martoriata e sull’inadeguatezza della nostra comprensione di tutto questo? Siamo quasi sicuri che non saremo i soli, oggi, a fare i conti con la folle girandola di notizie approssimative e di giudizi sommari che per ore e ore, nella notte tra venerdì e sabato, ha monopolizzato i circuiti dei nuovi e vecchi media, sovrapponendosi e a tratti sfigurando la tragica vicenda che ha reso Monaco di Baviera, capitale del terrore d’Occidente. È stato appiccicato frettolosamente di tutto alla pazzia metodica e feroce di un giovane tedesco, la cui origine straniera conta niente nella strage di cui si è reso protagonista, mentre risulta decisivo il suo essere stato vittima di bullismo e di altre vere o presunte ingiustizie. Ma soprattutto – ed è difficile toglierselo dagli occhi e dalle orecchie – è stato fatto di tutto per annettere al Daesh anche quello sconvolto pezzetto di terra tedesca e l’eroe negativo che l’ha insanguinato. Sbagliando, con incredibile sfoggio di false sicurezze. E con compiacenze inconsapevoli e perciò più gravi con la propaganda terroristica, a cominciare dalla ripetizione ossessiva come sottofondo a servizi televisivi e radiofonici della registrazione degli spari dell’arma da fuoco dell’assassino di Monaco. Uno stillicidio idiota e colpevole. E anche questo ci riguarda tutti. Perché a mettere in circolo menzogne e notizie, video e foto manipolate non sono stati solo (o prevalentemente) dei giornalisti, ma anche tanti partecipanti al grande gioco social dell’«informazione fai da te». Questo circo va fermato, e la narrazione della “battaglia” in corso (che non è tra “noi” e “loro” in senso geografico, etnico, culturale o religioso, ma nel puro e semplice senso del bene e del male) va pensata e globalizzata, mai enfaticamente e stolidamente subita. Le nostre società civili, tutte senza esclusioni, hanno più che mai bisogno – verrebbe da dire “diritto”, anche quando i nostri concittadini non lo esigono come tale – della consapevo-lezza, della determinazione, dei valori e dei nervi saldi che consentirono di battere altre e non meno spietate minacce terroristiche. C’è da scrivere e da fare tutta un’altra storia, e gesti e scelte decisive toccano anche a noi cronisti. Che non abbiamo – e soprattutto in questo tempo – alcun “potere” esclusivo da rivendicare, ma una responsabilità esemplare da assolvere.