Opinioni

Una scuola da reinventare. La nostalgia del passato non migliora l'apprendimento

Daniele Novara sabato 9 giugno 2018

Nel famoso libro-diario scolastico Il paese sbagliato Mario Lodi racconta cosa fece della predella scolastica collocata a mo’ di rialzo sotto la cattedra quando prese possesso della sua angustissima aula nei lontani anni Sessanta del Novecento. Non posso fare altro che ridare al grande Mario Lodi la parola a distanza di cinquant’anni.

«E la predella? Idea: spostata contro la parete, sotto la lavagna murale, diventerà il nostro... teatrino, o meglio la piazzetta dove si svolgeranno le manifestazioni pubbliche della nostra piccola comunità. Ogni tanto, passando, v’inciampavo, nascosta com’era fra i tavolini. Ma non vi ho rinunciato, perché quel metro quadrato scarso di spazio sociale su cui i bambini potranno cantare, giocare, narrare le loro esperienze ai compagni, dipingere, è il pezzo più importante dell’arredamento».

Da un mio rapido sondaggio fra insegnanti e addetti ai lavori, scopro che l’iniziativa di Mario Lodi non fu semplicemente pionieristica, ma l’inizio della progressiva dismissione di questo accessorio scolastico votato a esaltare il magistero e l’autorità dell’insegnante.

Di fatto la predella si è estinta per morte naturale abbandonata senza rimpianti da almeno due generazioni di insegnanti e docenti consapevoli che l’autorità a scuola non può essere solo un fatto di convenzione e di forma quanto piuttosto una competenza professionale riconosciuta e rispettata.

Probabilmente Ernesto Galli Della Loggia che sul 'Corriere della sera' del 5 giugno auspica un ritorno al passato dovrà farsene una ragione. Dubito che anche il più eccentrico Ministro dell’Istruzione possa disporre una normativa del genere. Fortunatamente i simboli più consunti del potere scolastico (anche se proprio non tutti) possono tranquillamente restare nell’archeologia del nostro passato senza inutili nostalgie.

In realtà ci troviamo ancora una volta nel cuore del conflitto fra due modelli di scuola.

Da un lato quella idealistica legata alla trasmissione dei contenuti, delle nozioni, delle conoscenze che vede l’insegnante posizionato in modo frontale dietro alla cattedra per consegnare il sapere di cui è portatore.

Dall’altra un’idea di scuola dove il protagonismo è consegnato agli alunni e il docente assume un ruolo di regia operativa lasciando la scena all’attività di ricerca, di esplorazione, di laboratorio agli stessi.

Il primo modello, quello tradizionale, è basato sulla triade lezione-studio-interrogazione o per usare parole più moderne esposizione del docente-lavoro personale-verifica degli obiettivi raggiunti. Ma la sostanza non cambia, manca il coinvolgimento attivo dei ragazzi specie sul piano dell’interazione sociale, del mutuo apprendimento e della valorizzazione del gruppo classe.

È incredibile come questi due modelli, uno basato sulla nostalgia del passato e l’altro su evidenze scientifiche sempre più palesi, continuino a confrontarsi in un conflitto che ha il sapore ammuffito di qualcosa che non appartiene più al presente. Il mondo è cambiato. Possibile che si continui a parlare della scuola sulla base dei propri ricordi liceali se non addirittura di quelli dei genitori?

Nel mondo i modelli scolastici che funzionano, che creano percentuali di laureati ben più alti di quelli dell’Italia e che non presentano i nostri tassi di dispersione, hanno saputo fare scelte pedagogiche sufficientemente innovative in grado di rispondere ai bisogni delle nuove generazione e alle loro motivazioni.

Viviamo in una società che non ha nessuna intenzione di alzarsi in piedi e di mettersi sull’attenti per ogni cambio di ora scolastica e che pretende piuttosto rispetto per le tante famiglie che vogliono collaborare al raggiungimento degli apprendimenti scolastici dei propri figli. Gli esperimenti di ritorno al passato sono sempre nati sotto una pessima stella. Il ritorno per esempio ai voti numerici nella scuola elementare attuato nel 2009 ha finito col danneggiare gravemente un ciclo scolastico che era il nostro fiore all’occhiello. Meglio pertanto guardare avanti senza continuare a farci del male.

Pedagogista