Opinioni

Proposta per la pace. Israeliani e palestinesi insieme con un solo Stato e l’autonomia

Antonio Mattiazzo giovedì 28 dicembre 2023

La guerra e le violenze possono finire solo se si trova un'intesa tra i due popoli, che permetta di vivere insieme nel rispetto reciproco

Su “Avvenire” del 21 dicembre, Vittorio Possenti di fronte al sanguinoso e perdurante conflitto tra Israele e Palestina ribadiva come «unica soluzione» quella dei due Stati. È la soluzione che viene generalmente proposta a livello politico-diplomatico. Chi la propone di solito non spiega come si farebbe oggi la spartizione del territorio tra i due Stati e questo solleva un problema di non poco conto. Ci si può domandare: è proprio l’unica soluzione? In realtà, non sono poche le persone che si chiedono se la risoluzione 181 dell’Onu nel 1947 che prevedeva due popoli e due Stati, dopo 76 anni sia oggi realistica e plausibile.

C’è da dubitarne. Infatti, diversi analisti e conoscitori della situazione sul campo la ritengono irrealistica. In un articolo della Newsletter di ottobre 2023 di Oasis, rivista specializzata nelle questioni del Medio Oriente, è detto enfaticamente: «La questione dei due Stati…sul terreno è morta e sepolta da decenni». È istruttivo al riguardo che nei sondaggi pubblicati di recente sia in Israele sia in Palestina, la maggioranza si sia discostata dalla prospettiva dei due Stati. In un sondaggio del settembre 2022, solo il 32% di israeliani si è detto favorevole a tale soluzione. Alla stessa data secondo un sondaggio nei Territori, solo il 37% dei palestinesi era a favore.

Quali le ragioni? Sono più di una. Anzitutto, la situazione odierna sul campo. Scrive al riguardo il gesuita David Neuhaus (ebreo convertito), profondo conoscitore della regione: «Se si osserva la realtà dopo decenni di invasione israeliana delle terre occupate nella guerra del 1967, con l’incessante costruzione di insediamenti ebraici, di strade israeliane e di altre infrastrutture, la soluzione dei due Stati oggi sembra poco realistica». Occorre poi considerare la situazione demografica, la quale è notevolmente cambiata dal 1948, per cui oggi molti ebrei e arabi vivono fianco a fianco in un piccolo territorio. I numeri sono questi: 7 milioni di ebrei israeliani e 7 milioni di arabi palestinesi – 5 milioni dei quali situati nelle aree occupate da Israele nel 1967, e 2 milioni sono cittadini israeliani – mentre oltre 670.000 ebrei israeliani vivono in Cisgiordania.

I due milioni di arabi che sono cittadini israeliani fanno il servizio militare, godono di diritti e vivono un’esistenza confortevole, pur con alcune discriminazioni rispetto agli ebrei israeliani. Non mancano arabi che rivestono incarichi di dirigenza in ambito sanitario, giuridico, politico. Vi sono, in particolare, 8 “città miste” – come Ramle, Akko - nelle quali ebrei e arabi musulmani e cristiani abitano insieme. Da notare ancora che sono presenti alla Knesset due partiti arabi con 10 rappresentanti. Ebrei e arabi vengono quindi in continuo contatto; vi sono molti arabi che lavorano con ebrei. È importante rilevare, inoltre, che diversi Stati arabi hanno riconosciuto lo Stato di Israele, nonostante la sua politica verso i palestinesi.

Per queste ragioni scrive padre Neuhaus: «Se nella realtà odierna non è possibile ritagliare due Stati vitali, sovrani e sicuri, la ripartizione non porterà alla giustizia e alla pace, tanto desiderate, tra israeliani e palestinesi» (Ripensare la ripartizione della Palestina?” in La Civiltà Cattolica, 19, p. 370). Il grosso e insoluto nodo della questione è costituito dai cittadini arabi palestinesi che all’interno di Israele costituiscono un quarto della popolazione, ma non godono di uguali diritti. Una cosa è certa: finché i palestinesi saranno di serie B e in precaria situazioni socio- economica continuerà il conflitto.

Poste queste premesse, si può avanzare una proposta innovativa, cominciando con una presa di posizione molto competente e autorevole. Nel maggio 2019 l’Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa (monsignor Pierbattista Pizzaballa, poi Patriarca, con vescovi ausiliari e vicari) ha fatto questa importante Dichiarazione: «Chiamiamo i cristiani in Palestina-Israele a unire le loro voci con ebrei, musulmani, drusi, e tutti coloro che condividono questa visione di una società basata sull’uguaglianza e sul bene comune, e a invitare tutti a costruire ponti di mutuo rispetto e amore. A nulla è servita la proposta della “soluzione dei due Stati”. Pertanto, ci facciamo promotori di una visione secondo cui tutti in questa Terra Santa hanno piena uguaglianza. Nel passato abbiamo vissuto insieme in questa terra, perché non potremmo viverci insieme anche nel futuro?».

Possiamo sintetizzare il pensiero degli Ordinari di Terra Santa dicendo: non offrono una propria soluzione statuale-politica, ma appaiono scettici sulla formula dei due Stati; propongono fortemente il principio della piena uguaglianza di tutti; invitano alla convivenza pacifica, come è avvenuto già nel passato. In questa prospettiva, è da prendere in considerazione una proposta innovativa, la quale è ispirata da una visione profetica che si concretizza in un nuovo assetto politico-amministrativo. Riflettiamo che, quando ci si trova davanti a un’impasse duratura e senza sbocchi, connotata da continui conflitti armati, sono i profeti che offrono una nuova visione, che chiama alla conversione e richiede di essere tradotta in realtà.

Visione profetica. Il richiamo è anzitutto ai profeti di Israele, i quali hanno aperto una breccia nella logica del nazionalismo integralista, mettendolo nella prospettiva di un orizzonte universale. Isaia, in particolare, vede Gerusalemme non come città chiusa, ma aperta a tutti i popoli. La prospettiva universalistica è coronata dalla visione della pace: «Spezzeranno le loro lance e ne faranno aratri, delle loro lance ne faranno falci, una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra» (Is 2, 4). In secondo luogo, non si dovrebbe disattendere il fatto che ebrei, arabi musulmani e cristiani si richiamano ad Abramo e sono ugualmente figli di Abramo. Era la visione profetica del grande Giorgio La Pira.

È interessante considerare come lo Spirito ha suscitato segni concreti di questa visione profetica: il villaggio di Neve Shalom|Wahat al-Salam (in ebraico e arabo significa “oasi di pace) situato tra Gerusalemme e Tel Aviv-Giaffa. Fondato nel 1972 da padre Bruno Hussar, o.p., in esso vivono insieme 80 famiglie: ebrei, musulmani, cristiani. In qualche “città mista”, in particolare a Ramle, vi sono esperienze molto positive di dialogo tra ebrei e arabi. Vi sono inoltre altre persone attive - come Robi Damelin- e associazioni, come l’Alliance for Middle-East Peace, che portano avanti una visione e una prassi di riconciliazione e dialogo.

Esiste, dunque, una corrente di pensiero molto significativa, di ispirazione profetica, religiosa, umanitaria e politica orientata verso la convivenza dei due popoli piuttosto che verso la divisione in due Stati. La grande sfida per la convivenza tra ebrei israeliani e arabi musulmani è oggi di natura religiosa e culturale, anche perché le divisioni, le disparità socio-economiche e i conflitti hanno innalzato muri, e scavato fossati d’odio in molti. In questa situazione, i cristiani e la Chiesa hanno un compito, una responsabilità e una testimonianza tutta particolare da svolgere per l’opera di dialogo e di riconciliazione.

Ciò premesso, quale assetto statuale-politico proporre? Alcuni sostengono l’idea di uno Stato Federale, formato cioè dall’unione di due Stati che conservano una parte della loro sovranità, uniti sul piano territoriale e politico, ma assoggettati ciascuno ad un’autorità governativa superiore. Questa proposta sembra complicata e irta di notevoli difficoltà: quale forma superiore di governo dovrebbe avere, come sarebbe scelto ed eletto il Presidente? I due Stati probabilmente continuerebbero ad avere disparità economiche, generando nuovi conflitti. Una proposta innovativa più semplice sul piano statuale, fondata sulla convivenza, ma che domanda conversione di mentalità, è articolate in due punti.

Primo, un solo Stato: quello di Israele, ma effettivamente democratico, ossia che assicuri uguaglianza e pari dignità e diritti a tutti i cittadini al suo interno. La ragione della opzione per un solo Stato poggia sul fatto che Israele è in posizione di forza, potentemente organizzato sul territorio e riconosciuto come Stato dall’Onu e da altri Paesi arabi. Uno Stato palestinese esiste solo sulla carta e non è riconosciuto come Stato membro dall’Onu, ma solo come Osservatore. Inoltre, come s’è detto, non avrebbe effettiva consistenza ed è prevedibile che sorgerebbero nuovi conflitti. Secondo, i cittadini arabi palestinesi, oltre ad essere riconosciuti e godere di pieni diritti come cittadini, si organizzerebbero con proprio statuto giuridico in una sorta di Regione o Provincia autonoma (alla stregua dell’Alto Adige o della Valle d’Aosta) dal punto di vista amministrativo, con un proprio Parlamento, come sviluppo dell’attuale Autorità nazionale palestinese.

Due contendenti si mettono d’accordo, oltre che per ragioni ideali, per convenienza e interesse. Quali sarebbero i vantaggi? Gli arabi palestinesi, attualmente in condizioni economiche e sociali inferiori, godrebbero di pieni diritti e vantaggi sociali-economici, come i palestinesi cittadini israeliani. In quanto agli ebrei, non continuerebbero a essere in stato di guerra permanente con un gravoso servizio militare e consistenti oneri per mantenere la sicurezza. Il vantaggio sommo per tutti sarebbe l’inizio di un’era di pace.

Antonio Mattiazzo è vescovo emerito di Padova, dal 2019 residente in Terra Santa