Opinioni

Una lunga, lunga strada. Colombia, le ombre non fugate dal Nobel 2016

Marco Olivetti sabato 8 ottobre 2016
L’attribuzione del Premio Nobel per la pace al presidente colombiano Juan Manuel Santos ha indubbi meriti, ma solleva anche alcuni interrogativi, relativi al momento in cui viene annunciata. Il merito del premio Nobel per la pace 2016 è anzitutto quello di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sulla lunghissima guerra civile colombiana, la più antica dell’emisfero occidentale, iniziata 52 anni fa dalle Farc (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia) e ora appesa a un fragile "cessate il fuoco".Le radici anche di quella guerra stanno nel drammatico tentativo del regime comunista cubano e dei suoi sponsor sovietici di esportare il comunismo nell’America meridionale, utilizzando la tecnica della guerriglia e puntando soprattutto sulla rivolta delle campagne depresse e isolate. Il simbolo di quel tentativo fu, com’è noto, un medico argentino idealista: Ernesto "Che" Guevara. Ma se il "Che" cadde ben presto (nel 1967) – come altri idealisti, come il prete colombiano Camilo Torres – sotto i mitra dei militari che fecero fronte alla insurgencia, le guerriglie e i terrorismi dilagarono in tutta l’America del Sud, assumendo le forme più varie, da Sendero Luminoso in Perù all’Eln e alle Farc in Colombia, dai Tupamaros in Uruguay ai Montoneros in Argentina. Non tutte queste guerriglie erano ricondubicili al tentativo cubano di esportare il comunismo; alcune avevano radici urbane, anziché rurali (i Tupamaros); alcune propendevano per il maoismo, o per il trotzkismo o per tanti altri rivoli della galassia marxista, per non citare i casi (come M-19 o i Montoneros) in cui la radice era dubbia, sospesa fra estrema sinistra ed estrema destra. Si pensi ai riferimenti al peronismo in Argentina o alla dittatura di Rojas Pinilla in Colombia. Ed inoltre, quasi sempre quelle guerriglie trovarono terreno fertile nelle grandi diseguaglianze sociali – culminanti in alcuni casi nell’estrema arretratezza delle campagne che caratterizzavano l’America Latina. Ma il risultato è stato tragico: non giustizia, bensì morte, violenza, sequestri, torture, commistioni col narcotraffico. E ovviamente, nessuna vittoria rivoluzionaria. Anzi: in molti Paesi quelle guerriglie concorsero a legittimare i colpi di stato militari. In questo triste panorama, le Farc, la principale guerriglia colombiana, si sono distinte per la loro tenacia e per la loro brutalità. Ogni sorta si violazione dei diritti umani è stata compiuta: sequestri durati anni; narcotraffico; arruolamento di minori; soggiogamento alla violenza di interi territori; omicidi. Ovviamente il tutto condito dalla non minore ferocia delle reazioni delle forze paramilitari e dello stesso esercito regolare. Tutto ciò sino ai livelli inauditi dell’inizio dello scorso decennio, quando il governo del presidente Uribe – di cui Santos era ministro –avviò una drastica campagna militare che ridusse notevolmente la forza militare delle Farc. Ma il successo delle forze armate colombiane non si tradusse in una vittoria militare decisiva e finale. Sicché quando, nel 2010, Santos successe ad Uribe alla Presidenza, egli fece il passo decisivo, sino ad allora mancato: avviare contatti diretti con le Farc, grazie alla mediazione norvegese e cubana.  È iniziata così una lunga e controversa trattativa, culminata negli accordi di pace fra Santos e il leader delle Farc, Rodrigo Londono alias Timochenko, firmati alla fine di settembre. Questi accordi sono poi stati sottoposti a plebiscito domenica 2 ottobre, ma, inaspettatamente, essi sono stati rigettati dal corpo elettorale (50,2 per cento di no contro il 49,8 per cento di sì). E alla guida della campagna per il No si è trovato il predecessore di Santos, Uribe, che ha criticato duramente alcuni contenuti degli accordi di pace (nessuna pena carceraria per i guerriglieri e garanzia di rappresentanza parlamentare per l’ex guerriglia). Singolarmente, gli accordi di pace firmati a Cartagena nei giorni scorsi, hanno goduto di un largo sostegno dell’opinione pubblica internazionale, tutta schierata con Santos, oltre che dell’appoggio di quasi tutti i media colombiani. Ma ciò non è bastato a far trionfare la pace: forse perché il Presidente ha giocato troppo pesante contro coloro che criticavano alcuni aspetti dell’accordo di pace o forse per l’impopolarità delle Farc, i cui misfatti non sono stati perdonati dalla maggioranza dei colombiani. O forse per la naturale tendenza degli elettori di questo tempo a votare contro le élite. O forse ancora per la grande popo-larità di cui continua a godere l’ex presidente Uribe. Quest’ultimo, dopo il voto del 2 ottobre, si è immediatamente seduto al tavolo dei negoziati con il Governo, chiedendo alcuni ritocchi agli accordi di pace, mentre il cessate il fuoco è stato per ora confermato, sia dal governo sia dalle Farc. La pace in Colombia è dunque ancora possibile, ma il compimento del processo di pace è ancora lontano. Per questo motivo, l’attribuzione del Nobel a Santos solleva dubbi: ricorda quasi – checché se ne dica – il Nobel 'preventivo' a Obama nel 2009, subito dopo la sua elezione. Un premio 'a prescindere', avrebbe detto Totò. E dice non poco sulla Fondazione Nobel, che più che riconoscere le opere di pace sembra incoraggiarle ex ante, sostenendo quelli che le sembrano i suoi paladini. Ma sottovalutando, talora, la complessità delle vicende concrete. In Colombia la pace è più che mai necessaria e nel 2016 è possibile. Diverrà realtà se essa sarà opera non solo di Santos (e delle Farc), ma anche di Uribe, che rappresenta quella ampia parte della popolazione colombiana che vuole la pace, ma non la legittimazione politica delle Farc. Le quali la guerra civile l’hanno persa, moralmente e militarmente. Altrimenti i 262mila morti di questi 52 anni di guerra civile sarebbero caduti invano.