Opinioni

Un successo a molte facce. Vittoria degli Usa, palestinesi più soli

Fulvio Scaglione venerdì 14 agosto 2020

Cronaca o storia? Realpolitik o ideali? Di fronte all’accordo di pace, annunciato ma non ancora siglato, tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti un minimo di prudenza è d’obbligo. Non perché si possa fare troppo gli schizzinosi sulla distensione tra antichi nemici, ma perché le svolte, in Medio Oriente, hanno sempre molte facce. E questa non fa eccezione.

Israele e gli Emirati, dunque, normalizzano i rapporti. Una decisione preceduta da molti segnali: la collaborazione tra i due Paesi nella ricerca di un vaccino anti-Covid, la presenza di un padiglione di Israele all’Expo di Abu Dhabi, il massiccio impegno militare (con accuse di crimini di guerra da parte delle organizzazioni internazionali) nello Yemen accanto agli Usa e all’Egitto, che infatti applaude. Un processo in corso ormai da anni e che offre ai due Paesi ottimi vantaggi reciproci. Investimenti in Israele con le cospicue finanze degli Emirati, tecnologia israeliana per far fiorire il deserto e dare ulteriore smalto ai grattacieli emiratini.

E poi, fondamentale, l’aspetto geopolitico: un’alleanza tra i Paesi del Golfo e Israele per contenere l’Iran e la sua espansione in Medio Oriente.

Arrivati a questo punto si può tentare un elenco dei vincitori. Di certo Donald Trump. Il presidente Usa ovviamente parla di «progresso storico», la campagna elettorale lo impone. Di certo, fa un consistente passo avanti la sua strategia mediorientale, tutta giocata sulla saldatura filo-americana e anti-iraniana tra Israele e il Golfo. In questa partita gli Emirati, con ogni probabilità, giocano anche un ruolo da apripista. L’obiettivo finale e decisivo, infatti, è la pace tra Israele e l’Arabia Saudita e la costruzione di un asse capace di contenere le ambizioni dei Paesi a maggioranza sciita. Vince anche il principe ereditario Mohammed bin Zayed al-Nahyan, signore degli Emirati, che mostra il volto di un islam ragionevole e moderno, ma anche fermo nel difendere l’antica causa dei Paesi arabi, quella palestinese. Alla base della “firma” emiratina, infatti, c’è l’impegno di Israele a rinunciare all’annessione della Cisgiordania, a sua volta caposaldo del già pericolante accordo di governo tra Netanyahu e Gantz.

Qui le cose cominciano a farsi complicate. Netanyahu puntella il proprio governo, già alle prese con l’incubo della quarta elezione anticipata in due anni, ma deve stare attento. I circa 700mila israeliani che vivono negli insediamenti prenderebbero molto male la rinuncia a un’ulteriore espansione. E infatti il premier parla di “sospensione” dell’annessione, non di annullamento.

Il che ci porta al convitato di pietra di questo banchetto diplomatico: i palestinesi. Ancora una volta le grandi decisioni passano sulla loro testa e sono prese da altri. Non a caso sia Hamas da Gaza sia Al Fatah da Ramallah rilasciano dichiarazioni di fuoco contro questo accordo.

Dal loro punto di vista hanno ragione. L’intesa tra Israele e gli Emirati non è che la prosecuzione del Piano di pace che Trump ha presentato in gennaio e che concede a Israele tutto ciò che lo Stato ebraico poteva desiderare, da Gerusalemme capitale alla legalizzazione degli insediamenti, annichilendo le attese dei palestinesi, la loro eterna aspirazione a un vero Stato e offrendo, in cambio, la prospettiva di corposi, ma ipotetici, investimenti.

Impossibile non notare, però, che i palestinesi sono drammaticamente soli. Anzi, sono sempre più soli. E sempre più abbandonati alle esigenze della grande politica internazionale e, in ultima istanza, alle necessità (molte) e alla buona volontà (scarsa) dei sempre più acrobatici governi d’Israele.

E con lo spettro di veder interrotte, o assai ridotte, le sovvenzioni dei Paesi che per decenni hanno finanziato la loro lotta e che ora preferiscono trattare con gli Usa e Israele. Comunque sia, il processo di avvicinamento tra i Paesi del Golfo e Israele pare ormai irreversibile. La minaccia dell’Iran è un motore potente, e la spinta si è accentuata con il crollo del prezzo del petrolio, che ha drasticamente limato ambizioni e possibilità. Scegliere gli Usa e i loro alleati, da Riyad ad Abu Dhabi non è un’opzione, ma una necessità.