Opinioni

I fischi ripetuti, la replica e le polemiche. Un sospetto: a Balotelli si chiede di più perché ha la pelle nera

Giorgio Ferrari venerdì 8 gennaio 2010
Il nostro è solo un sospetto. E ci auguriamo di avere torto su tutta la linea. Ma il caso Balotelli ci costringe a rafforzarlo, questo sospetto. Il calciatore – come è noto –, ripetutamente fischiato dagli spalti ( ma diciamo pure a suo modo perseguitato sistematicamente da svariate tifoserie), reagisce con umana stizza e manda al diavolo gli spettatori, la città ospite, lo stadio intero. Lo multano, lo biasimano, la sua stessa società, l’Inter, gli impone di domandare scusa. Lo fa a metà: agli spettatori incolpevoli sì – dice – a chi lo fischia e lo esaspera, no. Ha diciannove anni, Mario Balotelli, un carattere ispido, un’infanzia non propriamente fortunata: figlio di immigrati ghanesi, viene affidato dopo una permanenza di quasi due anni in ospedale a una famiglia bresciana, che lo adotta, gli dà un nome italiano accanto a quello africano, Barwuah, che per il bimbo rimane come un buco nero, la memoria di un qualcosa che non può oggettivamente ricordare. Da due anni ha una carta d’identità italiana, un ruolo di primo piano nel calcio nazionale e un brutto carattere. Sì, un brutto carattere: reagisce, si stizzisce, polemizza, è facile all’ira, è indisponente, ma anche giocatore generoso, pieno di talento, di fantasia, il ritratto di quel campione che Francesco De Gregori tratteggiava in una bellissima canzone di tanti anni fa. Una bella carriera per un bambino semiabbandonato che poteva avere un futuro pieno di mortificazioni e di emarginazione. Invece... Invece, prigioniero della propria irruenza, di quella guasconeria che è propria dei campioni ( alcuni per la verità eccellono per l’esatto opposto: la misura, la generosità, l’umiltà, ma sono pochi, pochissimi, ormai), Mario Balotelli impara a convivere con un rumore di fondo che sembra ritagliato apposto su di lui: quel ' buuu' che è ormai linguaggio internazionale e che le tifoserie riservano a coloro che temono, o che non capiscono fino in fondo, o che non vogliono capire. Ecco, il sospetto nostro sta proprio qui. Che a Balotelli cioè si chieda qualcosa in più, che da lui si pretenda chissà quale liturgia di sottomissione: non basta chiedere scusa, non basta giocare bene, anzi, benissimo, occorre inginocchiarsi, umiliarsi fino in fondo, cosa che ad altre figure e figuranti del calcio non verrebbe mai richiesto. ( Ieri il giudice sportivo lo ha anche multato di settemila euro per aver « rivolto ripetutamente un applauso provocatorio nei confronti del pubblico di Verona al momento di essere sostituito » ) Perché? Facciamo fatica a scriverlo, ma il motivo temiamo sia questo: perché Balotelli è nero. Avete capito bene, stiamo parlando di una zona opaca, una fibra oscura che pure alligna da qualche parte, in qualche zona malsana del tessuto sociale. Non chiamiamolo razzismo, che è parola grossa, impegnativa, che implicherebbe specularmente l’autoriconoscimento di un’identità e di una pretesa purezza che quasi nessuno ormai si sognerebbe di invocare in una società multietnica quale l’Italia – come tanti altri Paesi occidentali – sta diventando. E non chiamiamola nemmeno intolleranza. Diamole invece un appellativo provvisorio ma secondo noi molto vicino al vero: è il retaggio moribondo ma pur sempre venefico di un’ignoranza e di una stupidità antica, che resuscita laddove gli istinti primari – dell’orda, della moltitudine, della competizione, dell’amicus- inimicus- hostis : in altre parole di una società premoderna – vengono rimessi in gioco. Non è un bel vedere. Anzi, vorremmo non doverlo vedere mai più. Con nessun Balotelli al mondo.