Opinioni

Cambio della guardia in Francia. Un premier "sconosciuto" per la corsa di Macron

Marco Olivetti sabato 4 luglio 2020

Le dimissioni del primo ministro francese Edouard Philippe (in carica da ormai tre anni) e la sua sostituzione con il semisconosciuto Jean Castex, sino a ieri responsabile della fase post-Covid per il governo francese, obbediscono a esigenze di politica spicciola di queste settimane, ma, lette in prospettiva storica, sono un vero e proprio 'classico' delle istituzioni della Quinta Repubblica.

Il cambio a Matignon, la sede del primo ministro, era atteso: le micro-divergenze fra le due 'teste' dell’esecutivo francese – il presidente Macron e il premier – erano note da tempo e Philippe aveva fatto capire nelle scorse settimane che avrebbe volentieri ripreso a fare a tempo pieno il sindaco di Le Havre, la città che ha già guidato dal 2010 al 2017 e dove ha vinto le elezioni di domenica scorsa. La crescita della popolarità del premier negli ultimi mesi lo aveva reso troppo ingombrante per Macron, il quale deve ora impostare la seconda fase della sua presidenza, dopo il trauma del Covid (seguìto a quelli dei gilet gialli e del lungo sciopero contro la riforma delle pensioni). E soprattutto preferisce avere le mani libere e il centro della scena per gestire la campagna elettorale del 2022, in cui cercherà un secondo mandato. Resta ovviamente aperta la questione dell’orientamento che il nuovo premier darà al partito di Macron, La République En Marche, sospeso in un neocentrismo post-moderno – a cavallo fra destra liberale e sinistra moderata e oggi elettoralmente rachitico – in un Paese segnato per 60 anni dalla divisione di fondo fra destra e sinistra.

Ma il cambio di governo a Parigi può essere letto anche in prospettiva storica, alla luce delle prassi che hanno innervato le istituzioni della Quinta Repubblica, dal 1958 a oggi. Ebbene, in tali prassi la sostituzione del primo ministro è, come si diceva, un classico. Formalmente è il primo ministro a dimettersi e il presidente a scegliere liberamente il nuovo premier, che è in genere il numero 2 del regime, un coordinatore dell’esecuzione del programma su cui il presidente è stato eletto. Riceve la fiducia dall’Assemblea nazionale, ma a dargliela è la maggioranza parlamentare eletta a sostegno del presidente della Repubblica, a sua volta eletto dal corpo elettorale. Ciò ovviamente tranne nei casi in cui il presidente non abbia o non abbia più la maggioranza in Parlamento, nel qual caso si ha 'coabitazione' fra un presidente e un primo ministro appartenenti a schieramenti diversi (accadde tre volte: nel 1986, nel 1993 e nel 1997). Ma quando il presidente è il numero 1 e il primo ministro il numero 2 (com’è accaduto per 53 anni su 62 dall’inizio della Quinta Repubblica) il rapporto fra di loro è politicamente assai delicato. Il premier è l’anello debole della catena e può essere scaricato per varie ragioni: per segnare una fase nuova nella presidenza (Debré sostituito da Pompidou nel 1962 dopo la fine della crisi algerina; Fabius al posto di Mauroy nel 1984 per archiviare le nazionalizzazioni della prima presidenza Mitterrand; Cresson al posto di Rocard nel 1991 perché Mitterrand voleva rinnovare l’immagine della sua seconda presidenza con una donna premier), per risolvere contrasti troppo forti fra premier e presidente (Barre al posto di Chirac nel 1976), per sostituire premier impopolari o 'bruciati' da errori (Bérégovoy al posto di Cresson nel 1992) o per regolare conti interni alla maggioranza e mettere in campo premier più dinamici (Villepin al posto di Raffarin nel 2005, Valls al posto di Ayrault nel 2014).

Ma c’è anche l’ultima variante: un premier di eccessivo successo, che rischia di fare ombra al presidente. Accadde già nel 1972 a Jacques Chaban-Delmas, congedato senza troppe cerimonie dal presidente Pompidou dopo aver affermato la sua leadership sulla maggioranza di centrodestra. La storia si è ripetuta ora con Edouard Philippe. Con una variante: tanto il premier uscente quanto l’entrante sono personalità semi-sconosciute al grande pubblico al momento della loro nomina. Segno dei tempi, almeno se si tiene presente il grado di notorietà dell’attuale premier italiano al momento della sua nomina, 25 mesi fa...