Opinioni

Gli esiti dell'incontro di Tirana. Spirito di Assisi: un nuovo movimento della speranza

Marco Impagliazzo mercoledì 9 settembre 2015
«La pace è sempre possibile». Queste parole, risuonate per tre giorni a Tirana, non compongono solo il titolo dell’incontro organizzato nello «spirito di Assisi» dalla Comunità di Sant’Egidio e che si è concluso ieri sera con un forte appello delle grandi religioni mondiali.  Rappresentano un monito per tutti. Per la comunità internazionale, che vive da tempo un colpevole affanno di fronte a tragedie che si potevano evitare o almeno contenere, in Medio Oriente e altrove. Ma anche per ognuno di noi.  Dove sono finite le manifestazioni per la pace del 2003, le proteste popolari di diversa ispirazione che fecero sfilare nelle grandi città europee centinaia di migliaia di persone, contro l’intervento in Iraq? Esiste ancora oggi, nel nostro mondo globalizzato, lo sdegno per la guerra? Queste domande, poste all’inizio dell’incontro di Tirana da Andrea Riccardi, hanno accompagnato tutto l’evento, ne è risuonato l’eco nelle decine di tavole rotonde organizzate nella città, fino alla grande preghiera per la pace nella piazza un tempo dedicata all’ateismo e da oggi ribattezzata piazza delle fedi.  Di fronte ai tanti conflitti in corso, alla «terza guerra mondiale a pezzi», come l’ha definita papa Francesco, la reazione generale fino ad oggi è stata un misto di sfuggente attenzione e grande disorientamento. Lo hanno riconosciuto gli oltre 400 tra leader religiosi, umanisti e rappresentanti delle istituzioni invitati all’incontro e ascoltati da migliaia di persone di ogni età giunte nella capitale albanese da tutta Europa. Ma non si sono fermati lì.  Si è anche detto, per tre giorni, che la rassegnazione di fronte a conflitti come quello della Siria, alla distruzione di una città di secolare coabitazione come Aleppo, non è più accettabile.  Certo, si tratta di un appello rivolto alla comunità internazionale che troppo poco ha fatto finora per arrestare le guerre in corso. Ma si tratta di un richiamo che riguarda da vicino, prima di tutto, i credenti. Anche le religioni, si è detto a Tirana, hanno la loro responsabilità, non devono avere paura, ma esprimere quella forte ribellione di fronte alla violenza che è nel cuore di ogni fede. Lo ha ricordato il Papa nel messaggio che è stato letto nella cerimonia inaugurale: «Si avverte sempre più la necessità che i seguaci di diverse religioni si incontrino, dialoghino, camminino insieme e collaborino per la pace nello spirito di Assisi». Le religioni devono essere in prima fila nella ricerca della pace, nell’accoglienza ai rifugiati e nella salvaguardia del Creato. Non devono rassegnarsi alla gravità della guerra, devono reagire e, al tempo stesso, cogliere i segni dei tempi.  Che non sono solo quelli di un triste ripiegamento su se stessi. In questi giorni abbiamo assistito a quanto cittadini europei hanno fatto per accogliere i rifugiati che fuggivano dalle guerre e come questa reazione abbia inciso sulle scelte dei leader delle istituzioni e dei governi. E abbiamo visto in che modo possono contribuire alla costruzione della pace anche i 'nuovi europei', immigrati ed ex profughi. In modo significativo, a partecipare all’incontro di Tirana è stato anche un consistente gruppo di loro, che ha scelto di effettuare uno 'sbarco al contrario' di forte valore simbolico: dal porto di Bari a Durazzo, da dove più di vent’anni fa arrivavano i migranti con le navi e i barconi. Oggi, pienamente integrati nella società italiana, sono tornati in Albania per dire che i muri «sono il passato» e «l’integrazione è il futuro». Lo hanno affermato in questo Paese, visitato da papa Francesco un anno fa, che ha conosciuto l’ateismo di Stato e che oggi rappresenta un importante esempio di coabitazione tra le religioni.  L’Europa possiede un cuore. Forse l’aveva smarrito e ora può ritrovarlo. Le religioni devono cogliere questo segno importante, possono orientarlo, avere il coraggio di guidare un nuovo movimento dei cuori: devono essere 'religioni in uscita'. Per un continente che può ridiventare giovane, per un mondo che può, anche in tempi più brevi di quello che pensiamo, ritrovare la speranza in un futuro di pace.