Opinioni

Il direttore risponde. Un leader «stanchino» e quell'altra Italia Bisogna ricordarne la lezione, e viverla

Marco Tarquinio lunedì 1 dicembre 2014
Fossi più tecnologico, lancerei l’asctag (si scrive così?) «stanchino come Schettino?»; non essendolo, mi limito a porre a lei, caro direttore, e alla nostra agorà di lettori di “Avvenire” il seguente quesito: «Se, per ipotesi, il M5S avesse trionfato nelle elezioni, aggiudicandosi Emilia Romagna e Calabria; se tutti i “cittadini parlamentari” formassero un squadra compatta e in pieno accordo; se Beppe Grillo sapesse esattamente dove e come portare la compagine del suo movimento, il succitato personaggio si sarebbe sentito «stanchino» e desideroso di «allargare la direzione» (…) di una corazzata (se questa fosse, nell’ipotesi di cui sopra, il M5S) lanciata verso il successo? Ho avuto un padre che, dopo essere stato comandante partigiano e poi collaboratore di Mattei, non si era permesso di essere stanco di dare il cuore e l’anima per questo Paese e di operare, nel suo piccolo ma con incrollabile fede nella democrazia e nella libertà… Non si era permesso di essere stanco nemmeno quando il Signore lo chiamò a sé, all’età di 86 anni… Quando gli ideali e i valori (ma sì, continuiamo a dirle forte queste parole tanto fuori moda) sono profondi e veri, alla stanchezza, se c’è, non ci si fa caso. Mi ostino a credere in Renzi (e prego per il suo operato e per quello dei suoi collaboratori) perché penso che possa essere decisiva questa sua fiducia incrollabile nella rinascita dell’Italia e che non siano parole vuote e da “politicante” le sue quando invita a non... stancarsi di crederci.GrazieStefano Ziliani, Monticelli d’Ongina (Pc)La penso come lei, caro amico, su certe stanchezze – più o meno tattiche – che non ci si dovrebbe permettere quando si è liberamente assunta una responsabilità, quando ci si è caricati di un dovere, quando si è scelto “per coscienza” di realizzare o custodire un bene comune o a questo compito si è stati convocati “per cittadinanza”. Ho avuto anch’io un padre e una madre che mi sono stati in questo maestri. E nella provinciale e civilissima Italia in cui sono cresciuto e mi sono formato, di maestri di questo tipo e di questa esemplare forza, grazie a Dio, ne ho incontrati diversi… Qualcuno magari penserà che è poesia e che l’Italia e gli italiani sono di pasta meno buona e spesso d’indole ben più cinica e un po’ cialtrona. So che questa immagine circola, che va anzi per la maggiore e persino sui giornali ne scriviamo con compiaciuto sarcasmo, ma io – proprio come lei e, ne sono convinto, perché ne ho fatto esperienza, come la maggior parte della nostra gente – sono, appunto, di un’altra scuola. Bisogna ricordare la lezione, scomoda e preziosa, dei doveri non parolai. E viverla. E veniamo alla prosa politica (quella che la provoca, sto al suo scherzo anglomaccheronico, all’… asctag!). Francamente, caro e gentile signor Ziliani, non credo che la “stanchezza” di Beppe Grillo sia un evento da titoloni e non credo neanche che sia del tutto vera. O, meglio, credo che il suo passo indietro sia una decisione alla quale non è estranea l’amarezza del capopartito per i risultati insoddisfacenti, in discesa, inanellati dal M5S dopo le vittoriose cavalcate, in salita, degli ultimi due anni, ma soprattutto sia una mossa dovuta a calcolo, allo sviluppo di uno schema di gioco politico. Pensato in vista delle prossime partite parlamentari (a cominciare da quella riannunciatissima per il Quirinale). Vedremo gli sviluppi, che vorrei tanto non fossero solo da teatrino.Quanto alla ripetutamente dichiarata volontà di Matteo Renzi di schiodare l’Italia dalla brutta china sulla quale è scivolata (ed è stata fatta scivolare), vuole che non mi auguri che ce la si faccia? Me lo sono augurato e l’ho augurato – sta scritto, e sta nelle collezioni di questo giornale visto che il mio arrivo ad “Avvenire”, anche da commentatore politico, avvenne nella stagione segnata dalla fine dei partiti della Prima Repubblica – lungo tutti i vent’anni del bipolarismo furioso e infine zoppo, sotto tutti i governi che si sono succeduti: quelli guidati da Berlusconi, da Dini, da Prodi, da D’Alema, da Amato, da Monti e da Enrico Letta. E non l’ho mai visto fare sul serio, tranne che nella stagione drammatica affrontata con coraggio – pur tra impacci ed errori – dagli ultimi due. Poi, c’è stato oggettivamente un salto. Non sono diminuiti problemi, rischi e fatica di “fare”, ma il clima è cambiato. E una strada s’è aperta, quasi inopinatamente (ma nulla in politica accade per caso: le persone contano). Non tutto convince su tappe, ritmo e possibili (e non auspicabili) “divagazioni” dagli obiettivi fondamentali. Ma la direzione è utile e l’obiettivo di fondo condivisibile. Lei ci crede. Io, che credo solo in Nostro Signore, mi limito a sperarci. Stavolta più di altre volte.