Opinioni

Europa e autonomie locali come orizzonte. Umanizzare il «nuovo gioco»

Lorenzo Dellai sabato 15 dicembre 2018

Caro direttore,

si torna a discutere di cattolici italiani e politica. Ne parlano – nel loro ruolo – i nostri vescovi; se ne discute in tanti incontri. Per quanto si possa prestare a letture fuori dal seminato (come quella, bizzarra, che evoca appunto un «partito dei vescovi») la discussione nasce da un problema vero e profondo. Infatti, se ci limitiamo alle apparenze di superficie, si potrebbe dire: ma quale 'assenza' dei cattolici dalla politica? Mezzo Governo si proclama defensor fidei, si citano Papi e statisti alla De Gasperi a ogni piè sospinto, si fanno direttive per consigliare l’allestimento del presepe, si rammenta l’obbligo del crocifisso negli uffici pubblici, si tuona sulla inviolabilità di princìpi e valori...

Assistiamo da parte del 'potere' a una ostentazione inaudita e pre-conciliare dei segni cristiani. Ma questa 'pubblicistica dei segni cristiani' non risolve il problema, visto e considerato che proprio in questa fase della nostra vita sociale e politica ritorna con insistenza il tema dell’impegno dei cattolici. E infatti – in questo dibattito – si parla di altro. Di due cose in particolare. La prima è 'pre politica', in realtà. Si avverte che il tessuto sociale e civile del Paese è sempre più lacerato e disperso. Cresce una Italia della sfiducia, del litigio e della rancorosa chiusura nelle proprie paure, come ci dice anche il recente rapporto del Censis. E s’impone una sfida culturale: come contrastare la deriva individualista senza ripiegare nella vecchia mitologia del 'collettivo' tipica del Novecento. Alessandro Barrico, nel suo ultimo libro 'The Game', ha ben descritto un fatto: non è tanto la tecnologia del Web che sta cambiando gli uomini, sono gli uomini che avevano un bisogno radicale di protagonismo personale, oltre le élite e lo hanno visto corrisposto da questo nuovo gioco. Da questo gioco, che ha i suoi pro e i suoi contro, anche micidiali come sappiamo, non intendono comunque più uscire e non usciranno: inutile attardarsi in patetiche nostalgie e improbabili anatemi. Dunque, la sfida – anche per i cattolici – è come umanizzare il 'nuovo gioco' e piegarne le potenzialità enormi in ragione di una nuova idea di comunità solidale.

La seconda cosa di cui si parla in questo dibattito è invece più precisamente riferita alla politica in senso stretto: l’auspicata presenza di una 'cultura politica collettiva' (al di là delle singole testimonianze personali), che sappia reinterpretare i valori della tradizione cattolico democratica e popolare nello scenario di oggi, con un necessario rinnovamento di idee, linguaggi, forme e classe dirigente. Sono le gravi emergenze in atto oggi nel Paese che rendono doveroso riproporre le vocazioni di questa cultura. Ne riprendo alcune. Una idea di 'politica' che non sia 'risposta' passiva alle pulsioni della gente, ma indicazione responsabile di una meta, di un percorso possibile, anche con il coraggio di un 'rischio' educativo. La politica non è onnipotente, vive solo di umiltà: ha però il compito di scorgere la filigrana del nuovo disegno anche mentre la vecchia trama si sta lacerando e di condurre la comunità sul sentiero sicuro, con mano dolce ma salda. Una matura visione della 'leadership', che presuppone solidità interiore, fermezza di principi, educazione personale a un uso sobrio del potere, di ogni potere; vocazione alla 'mitezza', mi verrebbe da dire ricordando Mino Martinazzoli. Una cultura (una religione civile, vorrei dire) delle 'istituzioni pubbliche' intese non come un campo di battaglia da conquistare, ma come la Casa Comune, da amministrare pro tempore con saggezza ed equilibrio. Una cultura della democrazia senza pericolose derive illiberali e fondata su un presupposto sociale e comunitario: alternativa sia alla post-democrazia (le 'democrature' oggi così di moda e così ammirate dalla maggioranza di governo e – ahimè – da non pochi cittadini) sia alla difesa fredda e rassegnata delle sole pur essenziali regole formali della democrazia rappresentativa. L’Europa come nostro orizzonte 'domestico' e le Autonomie locali come valore autentico di radicamento e responsabilità diffusa. Europa e Autonomie locali: due capisaldi della nostra cultura politica, esattamente agli antipodi del sovranismo nazionalista. Una idea di società aperta, che aiuti i giovani a crescere liberi e non prigionieri della paura nella comunità plurale e globale, consapevoli che il valore della identità – comunque sempre in evoluzione – deve essere vissuto come ricchezza da offrire a chi è diverso (per colore della pelle, religione o convinzioni personali) e non come baluardo da difendere con odio e sospetto.

Ecco cosa, secondo me, traspare dal dibattito che si è riaperto sulla presenza dei cattolici italiani in politica. Una strada lunga, in salita, contro corrente, tutt’altro che scontata e per molti aspetti tutta da progettare. Se di questo si tratta, essa merita impegno, passione, formazione di nuovi protagonisti, disponibilità a mettersi in gioco, oltre i fragili schemi di questi anni. Diversamente, nella migliore delle ipotesi, è tempo perso.

Già presidente della Provincia autonoma di Trento e già deputato di Democrazia Solidale