Opinioni

Umanesimo alla prova. Scelte nuove per governare le migrazioni

Maurizio Ambrosini venerdì 30 agosto 2019

Sta per nascere, a quanto sembra, un inedito Governo M5s-Pd difficile da immaginare anche solo poche settimane fa. Ed emerge l’attesa di politiche nuove, con la domanda di esplicita "discontinuità" con il precedente esecutivo. Se c’è un tema in cui la novità dovrebbe subito tradursi in fatti concreti, è quello delle politiche migratorie. Proprio perché sull’«invasione immaginaria» di migranti provenienti dall’Africa il populismo sovranista ha impostato e imposto per mesi la sua agenda, occorre ora una svolta netta. Ancora più a fondo, avendo questa narrazione pervasiva e persino ossessiva intossicato l’anima del nostro Paese con discorsi di odio e discriminazione, serve un messaggio radicalmente diverso. Segnali in questa direzione sono stati lanciati, anche da queste colonne, nel dibattito che ha accompagnato precrisi e crisi.

E anche se il premier (di nuovo) incaricato Giuseppe Conte non ha ritenuto di affrontare il tema, anzi soprattutto per questo, ecco alcune idee per un’agenda di governo alternativa sulla gestione dell’asilo e delle migrazioni. Un’agenda pragmatica, equilibrata, ma chiara nell’orientamento e nei valori ispiratori. Il primo punto di questa ipotetica agenda dovrebbe essere l’immediata cancellazione di parti importanti dei due cosiddetti Decreti Sicurezza congegnati da Matteo Salvini, con le loro nefaste conseguenze in termini di violazione di Trattati internazionali e diritti garantiti dalla Costituzione (art. 10), di criminalizzazione del soccorso umanitario, di illegalizzazione (ma senza capacità di espulsione) della gran parte dei richiedenti asilo.

Se necessario, imponendo la fiducia in Parlamento. Contemporaneamente, bisognerà riprendere e sviluppare i negoziati con la Ue (sistematicamente disertati durate la gestione dell’Interno da parte di Salvini) per il superamento delle convenzioni di Dublino: un’esigenza in realtà ormai ampiamente condivisa, nonostante le resistenze dei Governi non collaborativi del "gruppo di Visegrad "con il quale il precedente esecutivo ha intrattenuto un’autolesionistica alleanza. L’obiettivo finale però non dovrebbe essere tanto la redistribuzione dei richiedenti asilo in quote nazionali, come se fossero rifiuti ingombranti da smaltire, ma il riconoscimento del diritto dei perseguitati a scegliere il luogo da cui ripartire per ricostruire la propria vita, anche in base a legami familiari. I Paesi interessati andrebbero risarciti delle spese sostenute, con fondi a carico del bilancio comunitario.

Chi meno accoglie si troverà così a contribuire maggiormente in termini economici, a beneficio di chi invece si farà carico dell’accoglienza. Infine, per quanto riguarda l’asilo, andrebbe rafforzata ed estesa a livello europeo la politica dei "corridoi umanitari", avviata in Italia (e poi in Francia, Belgio e Andorra) come è noto da istituzioni religiose cattoliche e protestanti. L’emergenza libica ne sarebbe il primo terreno di applicazione. Il secondo punto è l’approvazione di una nuova legge sulla cittadinanza, dopo la delusione della scorsa legislatura.

Ricordiamo che l’Italia ha attualmente le norme più restrittive dell’intera Europa occidentale, dopo che anche la Grecia ha approvato una riforma più liberale. Due requisiti sembrano necessari. Il primo è la rapidità: non si trascinano riforme di questa importanza per il futuro della stessa idea di nazione fino allo scadere della legislatura, quando tendono a prevalere gli interessi di corto respiro. Il secondo requisito consiste nel porre maggiormente l’accento – come questo giornale chiede da anni – sullo ius culturae, ossia sul ruolo della scuola come "fabbrica" dei futuri cittadini. L’insistenza un po’ ingenua – anche nella comunicazione – sullo ius soli (seppure attenuato), ha fornito munizioni ai nemici "a prescindere" della riforma.

Servirebbe in verità anche un’altra piccola riforma, che si potrebbe attuare subito. Con un decreto, il ministro uscente Salvini aveva raddoppiato di colpo, da due a quattro anni, il tempo richiesto per l’esame delle domande di naturalizzazione. Un’enormità, che porta a 14 anni il tempo richiesto per diventare italiano a un cittadino extracomunitario (compresi quindi svizzeri, statunitensi, canadesi...). Bisogna saper tornare immediatamente, con un altro decreto, quanto meno al regime precedente, in attesa di una riforma più ampia che allinei l’Italia alla maggior parte dei Paesi occidentali, in cui cinque anni di residenza e lavoro sono di solito sufficienti per la naturalizzazione.

Il terzo punto dell’agenda riguarda un prudente rilancio dell’'immigrazione per lavoro', con alcune condizioni: nell’ambito di quote annuali predefinite, come già previsto dalle norme, si potrebbe privilegiare chi ha competenze richieste dal nostro sistema economico, conosce l’italiano, ha parenti in Italia disponibili a sponsorizzarne l’arrivo, assicurando vitto e alloggio. Fra l’altro, se si vuole decongestionare il canale dell’asilo da utilizzi impropri, occorre offrire alternative serie. Da ultimo, c’è da bonificare e risanare il tessuto sociale, culturale e persino linguistico del Paese, dopo i guasti del sovranismo. Solo pochi conoscono (magari per alcuni casi polemici di cui si sarebbe fatto volentieri a meno) l’esistenza dell’Unar, l’ufficio preposto a combattere le discriminazioni razziali. Questa istituzione va rilanciata, rafforzata e resa autonoma dalla Presidenza del Consiglio, da cui ora dipende.

Un ufficio controllato direttamente dal Governo non si vede come possa vigilare ed eventualmente contrastare le derive discriminatorie che potrebbero provenire dal Governo stesso e dai suoi sodali a livello locale, e neppure come possa sanzionare i discorsi eventualmente xenofobi di politici di opposizione, senza cadere sotto l’accusa di promuovere interessi di parte. La civile libertà di espressione non è in discussione, eppure l’odio in pubblico e in rete andrà perseguito con molta più decisione, approntando, se necessario, nuovi strumenti.

È legittimo, infatti, chiedere politiche più restrittive sull’immigrazione od opporsi alla cittadinanza per le generazioni di 'nuovi italiani' con genitori di origine straniera, non può mai esserlo esprimere esultanza per i bambini che affogano in mare. La novità del Governo che nasce, il suo profilo culturale e identitario, i suoi valori ispiratori, il 'nuovo umanesimo' di riferimento – per usare un’espressione cara anche a Giuseppe Conte, che l’ha utilizzata – si vedranno specialmente da quanto riuscirà a realizzare anche su questo difficile ma emblematico terreno.

Maurizio Ambrosini

Sociologo, università di Milano e Cnel