Opinioni

Ucraina. Guerra giorno 500: resistenza inattesa, stragi di civili, cosa ci aspetta ora

Andrea Lavazza sabato 8 luglio 2023

La guerra in Ucraina è giunta al suo 500° giorno. Doveva essere il blitz di Vladimir Putin, contro i nazisti ucraini che opprimono la minoranza russa. Un paio di settimane al massimo per rovesciare Zelensky e prendere di fatto il controllo del Paese. L'invasione russa cominciò con decine di attacchi missilistici sulle città di tutta l'Ucraina prima dell'alba del 24 febbraio 2022. Le truppe di terra nel giro di poche settimane avevano il controllo di vaste aree dell'Ucraina. Erano avanzate fino ai sobborghi di Kiev e occupavano gran parte del nord-est del Paese, intorno a Sumy. Le forze della Federazione bombardavano Kharkiv e avevano conquistato il territorio a est e a sud, fino a Kherson, e circondato la città portuale di Mariupol.

Ma a questo punto le cose cambiarono inopinatamente. Gli invasori cominciarono a trovare una forte resistenza quasi ovunque e dovettero affrontare problemi logistici con le truppe scarsamente motivate che soffrivano di carenza di cibo, acqua e munizioni. Le forze ucraine furono anche veloci nel dispiegare armi fornite dall'Occidente, per esempio il sistema anticarro Nlaw, che si è dimostrato molto efficace contro l'avanzata russa (come ricordano gli analisti della Bbc).

Seguirono altri armamenti occidentali e a ottobre il quadro era cambiato radicalmente: non essendo riuscita a prendere Kiev, la Russia si ritirò completamente dal nord. L'Ucraina ha ottenuto poi il suo primo grande successo nell’autunno del 2022, respingendo le forze di Mosca da Kharkiv e contrattaccando intorno a Kherson, riprendendo infine il controllo della città. Ma intanto la Federazione si era annessa formalmente quattro province: Zaporizhzhia, Kherson, Donetsk e Lugansk, lasciandosi alle spalle devastazioni, torture, deportazioni di bambini, distruzione di infrastrutture, inquinamento di territori.

Il 2023 è stato caratterizzato dai continui bombardamenti russi dal cielo e dalle forniture di armi occidentali funzionali a preparare Kiev alla grande controffensiva di primavera-estate, che sta procedendo a ritmo lento, a causa delle fortificazioni difensive che l’esercito del Cremlino ha avuto il tempo di preparare.

In questi oltre 16 mesi di conflitto, che stanno rivoluzionando gli assetti geopolitici mondiali, si è avuto a un progressivo diminuire dell’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e un tragico stallo sul campo che non lascia molti spiragli per una pace a breve termine. E ciò malgrado gli sforzi che la diplomazia, nelle ultime settimane con le missioni vaticane soprattutto, sta esercitando per riavvicinare le parti in combattimento.

Il rischio è l’assuefazione a una guerra che per Kiev è “esistenziale” mentre per il resto d’Europa resta una minaccia potenziale, soprattutto per i rischi dell’uso dell’arma atomica da parte di Mosca. Ma non si può e non si deve dimenticare che l’aggressione russa, in spregio a tutte le norme del diritto internazionale, sta portando lutti e distruzioni ogni giorno da 500 giorni.

Dal 24 febbraio 2022 al 30 giugno 2023, l'Ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha registrato 25.170 vittime civili in 1.504 insediamenti in Ucraina, di cui 9.177 uccisi e 15.993 feriti, il 61% dei quali uomini. La gran parte delle morti è stata provocata dagli attacchi missilistici su città e villaggi in tutto il Paese.

Il numero effettivo di vittime civili è però sicuramente molto più alto, poiché tante segnalazioni di singole vittime civili in alcune località sono ancora in attesa di conferma, esse includono Mariupol (nella regione di Donetsk) e Lysychansk, Popasna e Sievierodonetsk (nella regione di Lugansk). Per quanto riguarda le vittime civile russe all’interno del territorio della Federazione, l’agenza Onu ha ricevuto informazioni relative a 287 vittime civili, di cui 58 uccisi e 229 feriti. I caduti in divisa sul terreno raggiungono invece le centinaia di migliaia, con un conto ufficiale che è inattendibile da entrambe le parti ma è certamente spaventoso.

Che cosa ci si deve aspettare nei prossimi mesi? Il recente ammutinamento di Evgenij Prigozhin e della sua milizia Wagner ha fatto immaginare un crollo della democrazia autoritaria e illiberale russa, con il pericolo che le chiavi del Cremlino passino da un inquilino esecrabile a uno ancora più insopportabile. Ma questo scenario rimane improbabile. La vittoria sul campo di Kiev, con un’ampia riconquista di ulteriori territori occupati da Mosca all’inizio dell’anno scorso, per non parlare della Crimea persa nel 2014, sembra altrettanto lontana. Dove riuscirà ad arrivare l’avanzata ucraina di queste settimane? Nessuno scommette su un nuovo crollo delle linee russe, né l’appoggio occidentale su larga scala potrà continuare all’infinito.

Le elezioni americane del novembre 2024 potrebbero essere uno spartiacque decisivo. Se Biden vuole essere rieletto deve uscire dalla guerra, che significa in altre parole non abbandonare Zelensky ma portarlo a un tavolo di trattativa. Come sarà distribuito il potere in quel negoziato dipenderà dal campo di battaglia. E qui le cose potrebbero non cambiare di molto ancora a lungo.

Non è perciò difficile, anche se doloroso, prevedere che i primi 500 giorni di guerra nel cuore dell’Europa vedranno allungarsi ancora il conteggio. Il vertice Nato dei prossimi giorni è atteso come un summit che potrà dare indicazioni più precise sulla volontà dei Paesi membri di sopportare e alimentare un prolungamento del conflitto e di garantire all’Ucraina, se non l’ingresso nell’Alleanza, almeno il progetto di una forma di difesa diretta che possa servire come futuro elemento di un ricostituito equilibrio europeo.

Chi, fra i contendenti, arriverà per primo all’esaurimento delle risorse materiali e umane necessarie a continuare lo scontro? Tutto, 500 giorni fa, sembrava dire Ucraina. La strenua resistenza e tutti gli avvenimenti di quasi un anno e mezzo di guerra dicono però che Kiev non si piegherà a breve. Serve un rinnovato sforzo per tentare qualche via verso una tregua che sia sostenibile per entrambe le parti. Non possiamo rassegnarci a un conflitto che ogni giorno infligge lutti, provoca disastri, alimenta il flusso dei profughi, destabilizza le economie, rallenta le politiche ambientali, ruba risorse e attenzione alle emergenze di tanti altri popoli. L’enormità di questo numero – 500 – dovrebbe essere lo stimolo a fermare l’osceno contatore delle ostilità.