Opinioni

Ucraina. Guerra giorno 358: le strategie variabili americane e un nuovo ruolo per l'Onu

Andrea Lavazza giovedì 16 febbraio 2023

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La guerra in Ucraina è arrivata al giorno 358 con un intensificarsi degli attacchi russi dal cielo e sui fronti più caldi. Probabilmente l'intenzione di Mosca è quella di marcare il primo anno dell’invasione con un attivismo sul campo di battaglia capace di contrastare la percezione che l’operazione militare speciale lanciata da Vladimir Putin il 24 febbraio scorso non è stata quel successo che ci si attendeva e che è stato a lungo propagandato.

Le forze armate della Federazione nelle ultime ore hanno lanciato 36 missili, compresi alcuni da crociera, contro le infrastrutture critiche dell'Ucraina. Colpite le regioni settentrionali, occidentali e quelle di Dnipropetrovsk e Kirovohrad. I russi hanno anche cominciato a usare testate esca per trarre in inganno i sempre più sofisticati sistemi di difesa antiaerea di Kiev. Come conseguenza, soltanto 16 dei vettori russi sono stati intercettati, ben sotto la media dei raid precedenti. Il bilancio è di almeno sei vittime civili: tre a Pokrovsk, due a Bakhmut e una ad Avdiivka, oltre a 13 feriti.

Sostenuti da decine di migliaia di riservisti, nelle ultime settimane sono stati intensificati anche gli attacchi di terra nel Sud del Paese, ma è controverso se queste siano le avvisaglie di una nuova grande offensiva che potrebbe scattare nei prossimi giorni o si tratti soltanto, come detto, di una scelta “cosmetica” in vista dell’anniversario e ancora prima, del discorso di Putin programmato per il 21 di febbraio.

Un’accelerazione da parte del Cremlino contrasta con le previsioni che il capo della milizia Wagner va ripetendo sulla battaglia per Bakhmut. Secondo Yevgeny Prigozhin, la città divenuta simbolo dello scontro nel Donetsk non sarà presa prima di marzo o addirittura di aprile e la lentissima avanzata è dovuta alla “mostruosa burocrazia militare della Russia”.

Tutto questo però non autorizza a ritenere più vicina la controffensiva di primavera di Kiev. Per il suo avvio sono indispensabili i massici rifornimenti bellici occidentali, il cui arrivo è annunciato a partire da queste settimane. Esiste il rischio di un “ingorgo” e servono poi tempi tecnici di addestramento dei soldati e di dispiegamento dei mezzi che non permettono di ipotizzare un via libera a breve termine.

Tra l’altro, dagli Stati Uniti non sembrano arrivare messaggi univoci sulla futura gestione della crisi. Il generale Mark Milley, capo degli Stati maggiori riuniti Usa, è tornato a manifestare la convinzione che né la Russia né l'Ucraina siano in grado di raggiungere i propri obiettivi sul campo di battaglia. In un'intervista al “Financial Times”, ha espresso la previsione, forse più un auspicio, che la guerra finirà al tavolo dei negoziati. “È improbabile che Mosca conquisti l'Ucraina. Semplicemente non succederà", ha detto, aggiungendo che "è molto, molto difficile per l'Ucraina cacciare quest'anno i russi da ogni centimetro delle zone che hanno occupato. Non è che non possa succedere, ma è straordinariamente difficile. Richiederebbe il crollo dell'esercito occupante”.

D’altra parte, la Casa Bianca non lesina aiuti civili e militari e si mostra pronta ad allargare ancora le maglie delle forniture belliche, se necessario. Biden ha progressivamente superato le linee rosse che egli stesso aveva posto nella selezione delle armi da concedere a Zelensky. E l’opzione jet da combattimento non viene esclusa.

Per questo le settimane a cavaliere del primo anno del conflitto potrebbero essere sfruttate anche per qualche rinnovata iniziativa diplomatica. L’Italia ha sollecitato la Cina, il cui ministro degli Esteri è in visita a Roma, ad assumere un ruolo attivo nel convincere Putin ad avviare realistiche trattative. Ma questa evenienza sembra lontana. Un’altra strategia è quella di aumentare i Paesi che più decisamente prendono posizione contro Mosca perché termini l’aggressione all’Ucraina.

Un’occasione arriverà la prossima settimana con il voto in Assemblea Generale dell’Onu di una risoluzione che sottolinea "la necessità di raggiungere, quanto prima, una pace globale, giusta e duratura in linea con la Carta delle Nazioni Unite". Nel testo, ancora da limare, "si ribadisce l'impegno per la sovranità, l'indipendenza, l'unità e integrità territoriale dell'Ucraina all'interno dei suoi confini internazionalmente riconosciuti", e si chiede nuovamente alla Russia di "ritirare immediatamente" le sue truppe.

Un cordone che stringesse il Cremlino in un recinto sempre più piccolo, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di eludere le sanzioni economiche e continuare ad alimentare la propria macchina bellica, potrebbe indurre Putin a non volere prolungare un conflitto senza via di uscita.