Opinioni

Il boom televisivo e pericolose illusioni. Tutti cuochi? Con cautela

Paolo Massobrio sabato 2 novembre 2013
Questa sarà ricordata come la settimana in cui i cuochi hanno battuto gli operai 2 a 1. Almeno così dicono le statistiche per cui sono 46.000 gli aspiranti delle scuole alberghiere "contro" 21.521 iscritti alle scuole specializzate a indirizzo tecnico. E il pensiero va subito alle suggestioni della trasmissioni televisive, che creano aspettative e sogni, ma anche a un modo di procedere tutto italiano, che viaggia pur sempre sul sentito dire, quasi che il marketing e altre scienze affini non esistano proprio. Questa corsa ad aprire locali, a presumere che il food sia un mestiere che va sempre bene e alla portata di tutti, chissà perché, m’ha riportato al sagrato della chiesa del mio paese, quando dopo la Messa granda i contadini si scambiavano opinioni sulla semina. Poi tornavano a casa e si facevano un’idea. Così capitava che in estate vedevi intere campagne di girasoli (bellissimi) oppure di granoturco o quant’altro. Semplifico, perché poi c’erano le variabili comunitarie e gli aiuti su determinate colture che davano incentivi, ma il concetto di massificazione delle scelte ha sempre imperato nel mondo del cibo, salvo poi pagarne le conseguenze per eccesso di offerta.Oggi il cibo non è in sovraesposizione, ma di più: siamo alla bulimia mediatica. E quanta gente, non dico nel giro di un mese, ma di una settimana, ti chiama, sapendo che scrivi di cibo e di vino, per dirti che ha avuto l’idea geniale: destinare quel fabbricato in città a una cosa come Eataly. E le occasioni per il figlio che sta finendo gli studi? Si sprecano nel segno del cibo e del vino, ovunque. Fermatevi, interrompete l’attività onirica e incominciate a riflettere: come e dove sta andando il mondo? Ha bisogno di sogni o di risposte? A inizio settimana, in un frazione di Rho, a Cornaredo, il cuoco Davide Oldani ha festeggiato con oltre 300 persone i dieci anni del suo ristorante, il D’O, che fece scalpore per quel menu a 11,50 euro che ancora oggi è in carta. Fu una provocazione per dire che l’alta cucina si fa anche con le materie povere, come una cipolla ripiena caramellata. Ma un altro campione di questa generazione di cuochi gli ha risposto de visu: l’alta cucina non si fa a costi bassi, parola di Massimo Bottura. E via col battibecco: «Faccio una cucina di accessibilità, quella pop, e la considero Alta cucina», dice Oldani. E Bottura: «No, la Ferrari non costa come la 500».E qui sembra di tornare alla polemica se la cucina sia arte o meno, che alcuni anni fa mi vide contrapposto allo scrittore Luca Doninelli, il quale sosteneva che l’arte fosse altro, mentre io facevo leva sulla forza evocativa di una manualità che sta in un quadro come in un piatto. Beh, anche queste sono discussioni che avallano una tendenza. Oppure sono futili semplificazioni? Forse, come chi fa presto a dire che Torino non è più una città industriale, ma una meta d’arte e di gusto, quasi che questa visione fosse anticipatrice di quei dati statistici sulle scuole preferite dai giovani. Ma se non c’è una strategia del turismo nel nostro Paese, se i voli aerei, gli aeroporti, le infrastrutture non sono in grado di dare una risposta a questa fabbrica che si chiama turismo, come potremo sostenere un popolo che si sta indirizzando verso nuove professioni?Da questo punto di vista, l’Expo è una benedizione: costringe a fare le prove generali proprio su questo tema. Ma è bene saperlo: se ci candidiamo a essere questa cosa, un Paese di forte attrattiva turistica ed enogastronomica (la vocazione c’è tutta), poi non possiamo più tornare indietro. L’Expo è uno snodo che ci immette nell’immediato futuro. Ne siamo convinti?​​​​