Opinioni

Servono politiche più organiche. Tutti a piedi anti-smog Pedagogia, non efficacia

Antonio Giorgi venerdì 19 febbraio 2010
La sera di domenica 28 febbraio, salvo improvvisi venti di burrasca, con ogni probabilità le concentrazioni del cosiddetto PM10 nell’aria delle città aderenti all’appello anti-traffico dei sindaci di Torino e di Milano saranno al livello del giorno precedente, o quasi. Milioni di cittadini confinati in casa (la più parte controvoglia) a seguito di un provvedimento vissuto da molti come una sorta di coprifuoco strisciante avranno fatto funzionare al massimo – se farà freddo come si prevede – gli impianti di riscaldamento, compensando così le mancate emissioni degli scappamenti. Ma tant’è, bisogna fare qualcosa. Bisogna fare vedere che si fa qualcosa, coprendo con un estemporaneo e grintoso attivismo l’inerzia di molte amministrazioni locali, grandi e piccole, sul fronte della razionalizzazione dei trasporti e del contenimento dell’assalto delle quattroruote ai centri urbani. Invece di operare per una profonda trasformazione delle modalità di spostamento collettivo, eccoci a gridare al lupo, a segnare a dito i rischi connessi alle polveri sottili, a parlare di emergenza smog (l’ennesima emergenza nazionale) quando l’Italia di guai ne ha avuti e ne ha tanti, ma lo smog inteso come combinazione di fumo e nebbia, smoke e fog, non lo ha mai conosciuto. Se è per diffondere la convinzione che si può anche – e spesso è doveroso – fare a meno dell’auto, se è a scopo pedagogico per ricondurre alla ragione i recalcitranti che usano il Suv per raggiungere il bar all’angolo, bene la domenica a motori spenti. Salviamo l’intento "educativo", cerchiamo di abituarci a servirci maggiormente dei trasporti pubblici. Ma certo nessuno pensa che così avremo risanato, con una giornata di "sacrificio", l’atmosfera del bacino padano. Così come forse non è un toccasana neppure la ricetta del pedaggio per i centri urbani. Un motore inquina anche se il conducente paga. Qualcosa andrebbe poi detto sulla direttiva Ue invocata a ogni pie’ sospinto. Definiamola per quello che è: un provvedimento partorito da burocrati che hanno perso il contatto con la realtà, una norma cervellotica prima che inapplicabile, in quanto pretende di intervenire su eventi non direttamente governabili dall’uomo o a lui riconducibili. Le polveri sottili non vengono solo dagli scappamenti, con quelle di origine naturale che facciamo? Blocchiamo le correnti marine? Mettiamo un tappo ai vulcani? Sarebbe come imporre ope legis che non debba piovere più di tot giorni all’anno, o che non cadano più di tot centimetri di neve, o che le temperature minime e massime non varchino determinate soglie (sul riscaldamento globale, in realtà, qualcosa si potrebbe e si cerca, con estrema difficoltà, di fare). L’euroburocrate però ci stuzzica sostenendo che è per la nostra salute. Intento lodevole, ma non dimentichiamo, come documentiamo nel giornale dando la parola agli esperti, che la vita media in pianura padana continua a crescere.Staremo tutti fermi al Nord, l’altra domenica. Il giorno dopo, probabilmente, sarà tutto da capo, ma avremo fatto una buona azione, ci saremo un pochino sgravata la coscienza, noi popolo inquinatore titolare di 40 milioni di veicoli a motore, e i sindaci potranno legittimamente affermare di non essere rimasti con le mani in mano. L’aria di Milano o di Torino è di gran lunga migliorata da quando la condensa atmosferica corrodeva e bucava la carrozzeria delle auto. A Parigi o a Bruxelles stanno molto peggio, ma sono più "furbi": non lo dicono.