Opinioni

Il dibattito. Tutte le falsità della narrazione a sostegno dell'utero in affitto

Assuntina Morresi martedì 22 agosto 2023

La surrogazione di maternità è di per sé un fenomeno commerciale: non può esisterne una forma gratuita, e tanto meno “solidale”, proprio per la natura stessa di questo nuovo paradigma di maternità. La cessione di neonato a seguito di un contratto fra più soggetti è al momento già riconosciuto come un reato universale e perseguito in tutto il mondo, tranne in un caso: quando il contratto viene stipulato prima del concepimento del nascituro, e, al tempo stesso, prevede che il concepimento avvenga mediante fecondazione assistita, solitamente extracorporea, cioè con l’embrione formato in vitro. È infatti la stipula di un contratto per programmare un concepimento da effettuarsi esclusivamente con tecniche di fecondazione assistita a creare il fenomeno dell’utero in affitto, consentendolo in diversi paesi al mondo. Il contratto stipulato dopo il concepimento significherebbe l’impegno di una donna già incinta a cedere il nascituro su richiesta di terzi e dietro compenso o vantaggi: un reato ovunque. E se il contratto fosse stipulato prima del concepimento, ma questo avvenisse con un rapporto fisico fra un uomo e una donna, non sarebbe possibile costruirci un’industria planetaria, come invece è la surrogazione di maternità.

La gravidanza conto terzi richiede necessariamente un’organizzazione complessa e molto costosa, considerando anche che difficilmente le strutture e le persone coinvolte si trovano nello stesso paese: da chi vende i propri gameti alla biobanca che li distribuisce; dalle madri surrogate e gli eventuali partner ai professionisti di centri e cliniche di fecondazione assistita e, ovviamente, agli aspiranti genitori, che possono essere single o coppie, etero o omosessuali, con le rispettive normative implicate. La cittadinanza del bambino che nascerà dipenderà dalla combinazione delle leggi a cui devono rispondere i diversi soggetti implicati, nei rispettivi stati. E’ quindi indispensabile una organizzazione ad hoc, altamente specializzata dal punto di vista della legislazione di merito, e che provveda anche alla pubblicità necessaria per farsi conoscere nel mercato di riferimento, giocoforza internazionale.

La surroga di maternità è sempre un fenomeno commerciale, l’analogia con i trapianti d’organo è improponibile e il riferimento ai testi biblici ne mostra solo il presupposto dello schiavismo

Chi sostiene la surroga “solidale” argomenta che essa possa seguire la stessa logica dei trapianti d’organo: un percorso costoso e articolato, ma senza alcun compenso per la donna che mette a disposizione il proprio corpo, cedendo alla fine un neonato che tra l’altro, quasi sempre, non le appartiene geneticamente. Ma l’analogia non regge, innanzitutto perché ad essere ceduto è un bambino, e non organi, cellule o tessuti. E, soprattutto, se si volesse considerare la surroga come la donazione degli organi, allora bisognerebbe utilizzare gli stessi criteri. Chi vuole un bambino non dovrebbe scegliere su catalogo i “donatori” di gameti, selezionando quelli con le caratteristiche desiderate, né la madre surrogata, ma dovrebbe affidarsi “alla cieca” all’agenzia specializzata: nel trapianto di organi il ricevente non sceglie il donatore, né l’organo. Ma in nessun luogo al mondo in cui l’utero in affitto è legale avviene questo. Al contrario, la gravidanza conto terzi continua a seguire le regole della fecondazione eterologa, sempre associata alla possibilità, per chi desidera un bambino, di scegliere i gameti esterni: non esiste un solo paese in cui i gameti disponibili nelle biobanche siano assegnati casualmente a chi vuole diventare genitore senza utilizzare i propri.

Un’altra argomentazione ricorrente da parte dei sostenitori della surroga di maternità “solidale” è quella secondo la quale in passato forme analoghe venivano praticate da gente comune, per esempio nel caso di famiglie numerose, specie se povere, che cedevano un figlio a parenti, magari più facoltosi ma senza prole, perché lo crescessero come fosse il proprio. Anche questo esempio non regge: innanzitutto non era una pratica regolamentata ma tutt’al più tollerata, resa possibile dalla mancanza di analisi del Dna. Erano situazioni createsi all’interno di rapporti familiari, senza contratti fra le parti: non c’erano organizzazione e mercato. D’altra parte la formalizzazione di una “cessione di neonato a parenti, con accordo orale” potrebbe trovare posto al massimo in un romanzo distopico, non certo in un Codice di procedura civile. Niente a che fare con la rete organizzativa per l’utero in affitto, insomma. Ed è infine sorprendente leggere a sostegno dell’utero in affitto, nel senso di pratica ben nota nella storia dell’umanità, vicende bibliche, esempi di un passato in cui il presupposto della surroga era lo schiavismo (Abramo ebbe un figlio da Agar, la schiava di sua moglie Sara), il che la dice lunga.

Come prova della solidarietà sottostante, vengono poi portate spesso testimonianze da parte delle stesse donne che si prestano per la gravidanza conto terzi. Di solito dichiarano di aver deciso esclusivamente per poter aiutare a diventare genitore chi non avrebbe potuto esserlo altrimenti: la copertura delle spese, o gli indennizzi, sono conseguenze dovute. Frequentemente raccontano di aver mantenuto buoni rapporti con i committenti e anche con il bambino, che spesso conosce la propria “belly mommy”, la “mamma di pancia”, e a dimostrazione della esistenza reale di questo tipo di “nuova famiglia”, non è raro che vengano intervistati tutti insieme. E quindi l’ovvia conclusione: nessuno è stato costretto, tutti continuiamo a frequentarci serenamente; è nato un nuovo bambino, molto desiderato e quindi molto amato. Dove sarebbe il problema? L’importante è regolamentare il tutto, preferibilmente in modalità “solidale”.

Ma le obiezioni a questa narrazione sono enormi. Innanzitutto, questi sono racconti a metà che non dicono tutta la storia: se i contratti di surroga non sono un problema, perché nessuno li rende pubblici, una volta stipulati? Perché non leggerli integralmente, a completamento delle interviste di committenti e madri surrogate? Se potessimo disporre dei contratti nelle forme originali, costi inclusi, potremmo anche verificare cosa significa, concretamente, la gravidanza conto terzi “solidale”, confrontata con quella “commerciale”. L’intera macchina organizzativa è tanto indispensabile quanto costosa e strutture e professionisti sono necessariamente coinvolti a costi invariati tanto nella prima quanto nella seconda forma: la surroga “solidale” si tradurrà quindi in un compenso inferiore, in forma di benefit e rimborsi, alle madri surrogate, rispetto alla “commerciale”, che prevede invece un pagamento esplicito. Il mercato, insomma resta tutto, e a rimetterci, ancora una volta, le donne.

Ma soprattutto, il pericolo sta proprio nello stabilire che il consenso della madre surrogata farebbe la differenza fra libera scelta e abuso. Di conseguenza, un trattamento sarebbe degradante solo se la persona oggetto del trattamento stesso non fosse consenziente. In altre parole, non ci sarebbero atti oggettivamente contro la dignità umana: dipenderebbe tutto dalla percezione personale di chi quegli atti subisce. Il risultato sarebbe devastante: la cancellazione dei diritti umani, così faticosamente riconosciuti nella storia dell’umanità. Il diritto si ridurrebbe ad una faccenda puramente procedurale, curando solo la regolamentazione “liberamente” concordata fra individui: potrebbero stipularsi “liberi contratti di schiavitù”, i sindacati dei lavoratori potrebbero tranquillamente chiudere i battenti, e non parliamo nemmeno dei diritti delle donne e delle minoranze. Con, in finale, la beffa di tornare alla legge del più forte proprio in nome dei “nuovi diritti”.