Opinioni

In vendita negli Usa, dicono parolacce alle bambine. Il turpiloquio delle bambole un gioco (troppo) pericoloso

Ferdinando Camon venerdì 25 novembre 2011
Sto con i genitori americani che protestano perché una grossa industria di giocattoli, un colosso mondiale, mette sul mercato, per il grande business del prossimo Natale, un trio di bambole che dicono parolacce. Sono bambole interattive, dialogano con le bambine che sono le loro padroncine. Le padroncine imparano dalle bambole. Il rapporto bambina-bambola è una relazione simbiotica, ognuna vive la vita dell’altra, ed è una relazione costruita sul modello fondante della vita infantile, quello madre-figlia. Da come una bambina si comporta con la sua bambola, puoi capire come la madre si comporta con lei, o come la bambina crede che la mamma si comporti con lei. Cambiando qualcosa, inserendo o togliendo qualcosa, nel rapporto tra bambina e bambola, modifichi qualcosa nel rapporto tra figlia e madre, o, che è lo stesso, tra bambina e mondo. Ora, dunque, cosa fanno questi signorotti americani, padroni di una grande industria di bambole, e quindi in grado di influire sull’inconscio, e cioè sulla vita, di milioni di bambine? Cambiano il rapporto tra quei milioni di bambine e il loro alter ego, cambiano il vocabolario con cui le piccole, appena imparano a parlare (queste bambole son destinate a clienti dai due anni in su), parlano con se stesse o con i giocattoli. 'Parlant-être' definiva l’uomo Lacan, 'essere parlante'. L’uomo è parola. Le bambine sono 'piccoli parlant­êtres', esseri parlanti in crescita: domani saranno quello che sono oggi da piccole moltiplicato per mille. E allora perché immettere tra quei germi che si moltiplicheranno per mille, e che domani formeranno tutto l’essere umano, le microscopiche spore delle parolacce? Perché una grande industria può ritenere che qui ci sia margine per un affare, un grande, lucroso affare? Pensa di creare una nuova moda? Di liberare il gusto comune da un tabù? Di creare bambine più libere? Visto che abbiamo tirato in ballo Lacan, proseguiamo un po’ con lui. Una bambina nasce e non sa di essere donna, «siamo noi che la vediamo donna, lei si vede vista donna, noi la vediamo vedersi vista donna», e insomma tutto questo infinito giro d’immagini specchiate lo chiudiamo con la formula: è donna. Nella bambola la bambina vede un’altra se stessa, e nel rapporto con lei costruisce il suo rapporto col tutto. Se la bambola la apostrofa con parolacce, la bambina cambia il rapporto tra lei e la bambola, tra lei e la madre, tra la madre che sarà lei e la bambina che prenderà il posto che adesso è della sua bambola. Si corrompe l’intero ciclo relazionale, tra bambina e mondo, tra bambina e vita. Perciò sto con i genitori che protestano: non cerchiamo di cavar denaro svendendo l’innocenza dei bambini. La ditta americana si difende: le parolacce delle nostre bambole sono soltanto ingenui suoni infantili. Non è vero. Le bambole che insultano dicendo bitch o crazy bitch dicono qualcosa che i bambini non sanno (a due anni, o tre, non sanno niente), ma quel che non sanno un giorno lo imparano il giorno dopo, perché il loro cervello lavora incessantemente ad apprendere l’ignoto. L’ignoto li ipnotizza, come una luce nel buio. Li incanta. Ma se imparano per prime queste parole, queste parole saranno il lievito del loro linguaggio: i bambini non sono 'piccoli esseri parlanti' ma 'malparlanti', e sarà difficile che diventino dei benparlanti. Quel che imparano, non potranno dirlo se vorranno risultare eleganti e accettabili nel mondo. Il turpiloquio è un fardello, non è libertà. Vedo però che la ditta americana non intende cedere, dice che le bambole sparlanti resteranno in commercio. Non resta che non-comprarle. Una volta tanto, il mercato diventerebbe etico.