Opinioni

Mossa e calcoli di un leader in mutazione genetica. Tsipras al bivio: Masaniello o statista

Giorgio Ferrari sabato 22 agosto 2015
Le dimissioni di Alexis Tsipras non hanno sorpreso nessuno. Fin dalla festosa affermazione elettorale del gennaio scorso della coalizione guidata dal giovane leader sapevamo che Syriza era un instabile serbatoio di contraddizioni interne, le quali marxianamente, perché sovente la Storia è provvida di umorismo – sono esplose provocando la scissione fra il troncone principale del partito e la robusta costola di Leiki Anotita (Unità Popolare), il nuovo contenitore dei dissidenti guidato dall’ex ministro dell’Energia Panayotis Lafazanis, forte di almeno 25 deputati, nel quale – per ora – non compare il nome di Yanis Varoufakis.  Conseguenza inevitabile delle dimissioni di Tsipras, l’annuncio di elezioni anticipate (terza consultazione in soli otto mesi) in coincidenza con l’arrivo dei primi 13 miliardi dall’Esm e a poche ore di distanza dal voto del Parlamento tedesco che ha dato il via libera definitivo al mega–prestito da 86 miliardi di euro in cambio di nuove vincolanti misure di austerità.  Elezioni che dovrebbero tenersi di qui a un mese al massimo, in modo da consentire alla Grecia di proseguire la marcia verso il risanamento dei conti pubblici e la lunga tabella di riforme annunciate, ma soprattutto in modo da impedire che i dissidenti si organizzino e l’opposizione di centro–destra possa rialzare la testa prima che gli effetti dell’aumento delle tasse e dell’età pensionistica si facciano sentire.  La tempistica con cui è avvenuto tutto ciò ci conferma tuttavia nella premonizione che avevamo azzardato nel luglio scorso, quando Tsipras sfidò la Troika e la Germania con un referendum sull’austerità che stravinse per poi capitolare al tavolo dei negoziati offrendo da un lato la testa del sulfureo ministro Varoufakis e dall’altro accettando condizioni più onerose di quelle che aveva orgogliosamente respinto fino a poco prima. Sospettavamo a quell’epoca che il giovane Tsipras – appena quarantenne, nato e cresciuto nell’area della sinistra più antagonista – stesse rapidamente cambiando pelle, trasfigurando quell’alone barricadero che aveva sedotto l’elettorato ellenico che gli aveva consentito di sfiorare la maggioranza assoluta dei seggi in una più accorta figura di leader pragmatico, decisionista e soprattutto in rapida marcia di allontanamento– posto che queste categorie abbiano ancora un senso – dalla famiglia marxista–leninista con una rotta che punta vistosamente verso i lidi moderati. Non senza un tocco di studiato populismo, lo stesso che i vari Podemos d’Europa adoperano (e di cui spesso abusano) per scaldare il cuore dell’elettorato. Non per nulla, ormai senza maggioranza parlamentare, Tsipras si rivolge di nuovo direttamente al popolo greco: «Voi ci giudicherete – dice – così come giudicherete quelli che hanno proposto il ritorno alla dracma o che hanno continuato a servire il vecchio sistema. Ma io ho la coscienza a posto, in questi mesi ho combattuto per il mio popolo».  I sondaggi assegnano a Tsipras il 61% dei consensi. Solo un punto in meno rispetto a quel 62% ottenuto al referendum per il 'no' all’austerità di un mese e mezzo fa. Sul piano del consenso non ha veri rivali: non Nea Demokratia né il Pasok, non certo i liberali di To Potami e nemmeno quella nebulosa terza forza che sta acquartierata a sinistra fra i comunisti ortodossi del Kke e l’area dissidente di Syriza.  Vincerà a man bassa, dunque, il giovane Tsipras. Vincerà e proseguirà nella muta della sua pelle, trascinando con sé una fetta molto consistente dell’elettorato. Il quale crede molto più a lui che non ai programmi dei partiti ed è con tutta evidenza disposta a seguirlo, a dispetto della capriole e delle giravolte che finora gli ha inflitto. L’Europa dei rigoristi, il club internazionale dei creditori, la stessa Commissione Europea sembrano averlo ben compreso. Per questo non si preoccupano. E pazienza se al massimo fra tre anni la Ue si troverà di fronte al medesimo dilemma: prestare soldi alla Grecia o avviarne il default, visto che buona parte dei prestiti testé concessi serve a pagare i debiti delle banche e dello Stato e di fatto ritornano nelle tasche dei creditori. A quell’epoca sapremo con certezza se il camaleontismo di Alexis Tsipras lo avrà trasformato in uno statista vero o se la sua parabola da spumeggiante Masaniello sia stato il meglio che ha saputo offrire.