Opinioni

Poveri. Trovare occhi, usare il potere. Nelle nostre città come nel Mediterraneo

Marco Tarquinio sabato 14 novembre 2020

La povertà non è una poesia. E da tempo non sopporta più retorica. Perché se non è povertà scelta, liberamente, per sobrietà e per cambiare il mondo rovesciandone le prospettive, è pura iniquità, è oppressione e ladrocinio. I poveri non sono poeti, almeno non sempre. Ma sono cittadini e cittadine, come ogni altro e ogni altra. Sono persone che ci riguardano. E ci guardano, molto più di quanto noi guardiamo loro e, in fondo, anche noi stessi in questi mesi che, tanto o poco, ci stanno facendo tutti più poveri dentro la nostra progredita società, sebbene ancora fatichiamo ad ammetterlo e ci ritroviamo a gridarlo più come rivendicazione che come pura e semplice consapevolezza.

Oggi è la Giornata dei poveri. L’ha voluta papa Francesco, incidendola quattro anni fa in un’agenda del mondo già piena zeppa di giorni e di appuntamenti sul tema. Ma il Papa ci chiede di dedicarne almeno una, una sola, e però capace di essere madre di molti altri concreti giorni, alle persone povere. Alle persone, non alle idee che ci siamo fatti di povertà e miseria, non ai numeri e alle statistiche.

Francesco ci chiede di guardare e "toccare" le persone, anche nei giorni dell’intoccabilità reciproca da pandemia. Ci chiede di guardare e vedere, di non accontentarci del riassunto della povertà: senza carne, né voce, né odore. Ci implora di accettare la realtà delle facce, delle ferite, degli errori, delle attese. E di non distogliere gli occhi, di non serrare le orecchie, di non chiudere (a loro e a noi) la bocca durante l’incontro. Ci invita a chinarci e a «tendere la mano», con rispetto.

Come davanti a Cristo o, se non siamo cristiani e non riconosciamo Dio in colui che ci sta davanti, come al cospetto del più venerato e amato dei nostri vecchi o dei nostri maestri. Forse lo facciamo già, o forse no. Ma possiamo sempre cominciare. E se abbiamo un pezzo di potere, piccolo o grande, nella mano tesa possiamo e dobbiamo mettere anche quel nostro potere, perché altrimenti esso non sarebbe nulla. Nulla di buono.

Cominciamo, dunque, a guardare e a tendere la mano prima di tutto dove non ci è dato di girare al largo: sulla strada di casa, e magari verso chi abita nello stesso quartiere. Ma insieme là dove i poveri sono oggi meno riconosciuti e meno rispettati. Nelle guerre non viste e alimentate anche dalle armi di casa.

E nel mare di casa, nel Mediterraneo dove gli «ultimi degli ultimi» – uomini, donne e bimbi profughi dai lager libici – sono crocifissi tra torture e morte. Se non ci fosse una piccola barca ong, la Open Arms, potremmo persino far finta di non sapere che lo strazio continua. L’Europa e l’Italia hanno chiuso gli occhi, ritratto la mano, spento la voce di quei poveri e la propria. Perché gli europei e gli italiani, potenti e no, hanno paura di essere buoni cristiani e anche buoni diavoli, e non sanno essere giusti. Ma come si può? E fino a quando?