Opinioni

Magistero ambientale, nuovi modelli di sviluppo. Trivelle in mare, la voce della Chiesa

Paolo Viana venerdì 18 marzo 2016
«Sappiamo che la tecnologia basata sui combustibili fossili deve essere sostituita progressivamente e senza indugio…». Basterebbero queste parole della Laudato si’ per comprendere come mai la Chiesa, in vista del referendum del 17 aprile, si trovi schierata sulle posizioni dei comitati «No triv». La difesa di 'nostra matre Terra' è tutt’uno con la condanna dell’economia che 'uccide' della Evangelii gaudium. Non è la prima volta che dal magistero sociale della Chiesa discendono delle scelte politiche, ma il messaggio ambientale di Bergoglio – che si innesta sulla tradizione francescana così come è debitore di Paolo VI – travalica la battaglia referendaria. Anzi, è proprio la sua gittata a renderlo indigesto agli ambienti politici ed economici che hanno legato allo sfruttamento degli idrocarburi la strategia energetica nazionale. La complessità del tema consiglia però di non leggere le posizioni della Chiesa su questo argomento come una pedissequa applicazione della Laudato si’ all’appuntamento referendario: si rischierebbe di vedere il dito e non la luna, che i salotti economico-finanziari, invece, vedono benissimo. Non siamo cioè di fronte a un manifesto politico, bensì ad un magistero in evoluzione, come dimostra l’assonanza tra il messaggio di Francesco e le esperienze maturate in diverse diocesi del Centro-Sud: la scorsa settimana l’arcivescovo di Catanzaro-Squillace Vincenzo Bertolone ha espresso al presidente della Commissione regionale antimafia «timori e ansie per la possibilità che la costa, sin qui gelosamente preservata a fini turistici e per la crescita del settore ittico, possa divenire un orizzonte di piattaforme». Questa sensibilità è particolarmente forte nelle diocesi adriatiche, interessate da diversi progetti di ricerca degli idrocarburi. In quei territori la crisi ha assestato colpi durissimi e ciò malgrado quelle diocesi affermano la volontà di «proteggere la nostra casa comune» anche a costo di sacrifici occupazionali. Come ha dichiarato recentemente a Radio Vaticana monsignor Vito Angiuli, vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, «a livello ecclesiale e civile c’è un risveglio della coscienza» e tale giudizio esprime la fiducia, su cui si regge la Laudato si’, che «le cose possono cambiare»; la stessa con cui le diocesi dell’Abruzzo e del Molise si sono mobilitate in questi anni contro i progetti Ombrina e hanno scritto pagine di magistero ambientale che ci proiettano oltre il voto con cui, tra un mese, gli italiani dovranno decidere se vietare o meno il rinnovo delle concessioni per l’estrazione di petrolio o gas entro le 12 miglia dai litorali costieri. Già nel 2008, i vescovi della Ceam denunciavano con il documento «Una nuova sobrietà per abitare la terra» le «pericolose emergenze ambientali che mettono a grave rischio ecologico le nostre regioni», schierandosi contro la nuova raffineria di Ortona; posizione ribadita quattro anni dopo con il documento «Per una Chiesa e una società custodi della terra d’Abruzzo e Molise», che caldeggiava «una vera 'conversione' a progetti di crescita sostenibile, in ascolto della voce dei territori e delle popolazioni». Come nel pensiero di Bergoglio, anche sull’Adriatico il tema della sostenibilità ambientale si è intrecciato subito con quello politico: prendendo posizione contro il decreto Sblocca Italia, l’allora presidente della Ceam, monsignor Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne, non si limitò a chiedere «un cambio di prospettiva radicale», ma invocò «una democrazia 'ad alta intensità', ossia sostanziale, partecipativa e sociale». Oggi, sotto la guida dell’arcivescovo di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, i pastori abruzzesi e molisani si trovano a tirare le fila di quel discorso. Passaggio stretto, per le ricadute economiche della scelta referendaria e perché quello ecologico è un terreno poco battuto dalla stessa pastorale sociale. Proprio monsignor Forte, nell’introduzione alla Laudato si’ scritta per l’editrice La Scuola, evidenzia tuttavia il nesso 'ontologico' tra l’approccio ecologico e quello sociale, sottolineando come il Papa chieda di «integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri». Ribadire come il magistero ambientale costituisca un continuum teologico e pastorale con quello sociale rappresenta una risposta – neanche troppo implicita – agli ambienti industriali che oppongono l’argomento occupazionale alla richiesta di un modello di sviluppo più rispettoso dell’uomo e della natura, che sani il «debito ecologico, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi». La posizione della Chiesa sulle esplorazioni petrolifere, conferma monsignor Forte, rientra nel risanamento di quel debito che i Paesi sviluppati possono perseguire solo «limitando in modo importante il consumo di energia non rinnovabile». La guerra alle trivelle declina dunque la visione dell’ecologia integrale di papa Francesco, secondo cui «non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura». La connessione tra magistero ambientale e sociale viene riproposta dall’arcivescovo di Chieti-Vasto anche sul Sole 24 Ore del 19 giugno 2015: «La responsabilità verso l’ambiente e le generazioni presenti e future – scrive – richiede coraggio e lungimiranza da parte di tutti, unitamente alla disponibilità necessaria a fare talvolta anche dei passi indietro per raggiungere la misura della sobrietà, valore inseparabile dalla solidarietà. Occorre puntare a nuovi stili di vita, educando all’alleanza tra l’umanità e l’ambiente, stimolando a quella che Francesco chiama la «conversione ecologica» di ciascuno, unica condizione di gioia e di pace durature per tutti. La sfida ambientale si congiunge così a quella educativa, basata sulle possibilità dell’essere personale di crescere nella consapevolezza delle proprie responsabilità e di agire di conseguenza in maniera ecologicamente sostenibile e solidale, a cominciare dagli ambiti vitali come quello della famiglia». I l teologo napoletano aveva già analizzato nel maggio del 2014, all’Università Gregoriana, i temi dell’etica e della spiritualità ecologiche, ammettendo che la Chiesa è alla ricerca di una «nuova concezione teologica e morale che aiuti la consapevolezza e la prassi di un rapporto ecologicamente responsabile». Tale ricerca parte per i cristiani dalla considerazione che «a partire dalla morte e resurrezione di Gesù, è possibile vedere il mondo non più soltanto davanti a Dio, ma in Dio»; in un antropocentrismo relazionale quale quello che discende dalla lettura biblica l’uomo non è posto nel Creato come despota «ma come custode ed amico» e l’analogia con la vita relazionale della Trinità – «l’uomo è fatto per amare, e realizza se stesso solo se stabilisce con gli altri esseri umani e con tutte le creature una relazione d’amore» – trasforma il problema del rapporto con il Creato in quello tra l’uomo e il Creatore: quest’analisi rende evidente perché lo sfruttamento del sottosuolo per i cristiani rappresenti una sfida che investe ma trascende l’appuntamento referendario. Secondo Forte, «sul fondamento della fede trinitaria diviene possibile tracciare le linee di una spiritualità ecologica e di un’etica dell’ambiente ispirate al progetto puro del cristianesimo, la gloria della Trinità, Dio tutto in tutti», purché esse riconoscano che il rapporto dell’uomo col Creato è caratterizzato «da una partecipazione alla stessa azione creatrice di Dio, in cui viene a consistere propriamente ciò che è chiamato lavoro». L’attività economica, insomma, «rapporta l’uomo alla natura in un modo, che deve riflettere in sé la gratuità dell’azione creatrice del Padre: esso stabilisce con la creazione una relazione di trasformazione e di finalizzazione, che non deve mai essere di semplice strumentalizzazione e sfruttamento, ma di responsabilità e di partecipazione al disegno del Creatore. Il lavoro richiede, pertanto, il rispetto delle cose create nella loro autonomia propria e nella loro finalizzazione generale al progetto di Dio».