Opinioni

Botta e risposta. Transgender, National Geographic si difende

Luciano Moia venerdì 23 dicembre 2016

La doppia copertina scelta da National Geographic per presentare il dossier sulla disforia di genere in età pediatrica

Caro direttore,

le scrivo a proposito dell’articolo «Bambini sbattuti in prima pagina per la propaganda transgender», a firma di Luciano Moia. Non mi sorprende che “Avvenire” non gradisca il modo in cui National Geographic ha esplorato il tema dell’identità di genere. Tuttavia devo sottolineare che, al contrario di quanto sostiene l’autore, il numero speciale sull’argomento – che sarà in edicola in edizione italiana a partire dal 3 gennaio – affronta la questione dal punto di vista scientifico, psicologico, sociale, etico e naturalmente etnico, considerando anche gli stereotipi di genere presenti nelle diverse culture umane. E illustra anche, non solo, casi di bambini, tra cui Avery Jackson, la ragazzina che compare nella copertina americana ma non in quella italiana, che le allego. E come è tradizione di una delle testate più prestigiose del mondo, raccoglie le sue testimonianze sempre e rigorosamente con il pieno consenso degli interessati e, nel caso di minori, dei loro genitori. Mi pare invece che l’autore dell’articolo apparso su “Avvenire” abbia trattato il numero con superficialità, senza approfondirne con attenzione i contenuti. Perché National Geographic prende atto di una situazione di grande attualità, molto dibattuta, e la analizza da tutti i punti di vista, senza pregiudizi né posizioni dogmatiche, come è caratteristica di una rivista che racconta il mondo per ciò che è, senza piegarlo ad alcun tipo di propaganda, come invece si vorrebbe far credere. Cordiali saluti,
Marco Cattaneo direttore National Geographic Italia



Non so, gentile direttore Cattaneo, se lei ha figli. Se
ne ha, potrà – come padre, oltre che come collega – comprendere più facilmente le nostre riflessioni. In caso contrario sono certo che ne intuirà, almeno idealmente, gli obiettivi che – proprio per sgombrare subito il campo da riferimenti inopportuni che lei solleva con garbo, ma anche pregiudizio – non hanno alcuna prospettiva «dogmatica». Per valutare il vostro ampio dossier, siamo infatti partiti da un punto di vista umano. Di fronte a bambini afflitti da disturbi della differenziazione sessuale – che la pediatria considera patologie – è giusto far riferimento a sovrastrutture cariche di ambiguità come quelle che pretendono di «superare la “binarietà” maschile e femminile» (sono parole che leggo nella vostra rivista)? A noi sembra che da un lato ci sia un serio problema medico-scientifico, dall’altro quello che la vostra caporedattrice Susan Goldberg sintetizza come l’obiettivo di «rivolgere uno sguardo nuovo al problema del genere». E quale sarebbe questo sguardo nuovo? Quello che pretende di dissolvere la bellezza e la verità del genere femminile e di quello maschile in un indistinto “middle sex” o “gender fluid” (uso ancora termini che leggo nel vostro dossier)? Se ne può discutere. Ma se lei parla con i pochi psicologi che, coraggiosamente, accolgono e accompagnano i ragazzi alle prese con disturbi dell’identità di genere, sentirà solo storie di disagio, malessere, ribellione, insoddisfazione. Altro che “sguardo nuovo”.


Attenzione, qui l’omosessualità non c’entra nulla. Siamo ancora a una fase prodromica che, come le ricerche ci attestano, in 8 casi su 10 si risolve con l’accettazione del proprio sesso biologico. Parliamo di scienza, non di ideologia. È la pretesa di confondere i due aspetti che alimenta i nostri dubbi sul vostro approccio. I bambini afflitti da quello che viene anche definito “sesso incerto” – come quelli appunto che lamentano disturbi di identità di genere – vanno accompagnati con tenerezza e rispetto, attenzione e competenza. La loro sofferenza non si risolverà sbandierando e propagandando rivoluzioni antropologiche che sono tali solo

nelle pretese di un’ideologia ignara dell’umano e tesa soltanto a inseguire chimere – non a caso Goldberg parla di “spettro” – che tradotte in dinamiche esistenziali aprono la strada a problemi ancora in parte inesplorati. Sofia Bisogni dell’Università di Firenze, in una recente ricerca su adolescenti giovani-adulti colpiti da Dig (disturbi identità di genere) riassume i pochi studi relativi ai rischi comportamentali di questi soggetti. L’83% ha avuto pensieri di suicidio, il 54% lo ha tentato, il 46% è dedito alla prostituzione, il 21% ha tentato l’automutilazione, il 79% fa uso di droghe, il 96% ha rapporti sessuali sotto l’influenza di alcol, il 75% sotto l’influenza di droghe (e potremmo continuare a lungo). Di questi dati, pur ampiamente conosciuti nella comunità scientifica che si occupa di queste patologie, non troviamo traccia nel vostro dossier. Ma, visto che lei parla con sufficienza di nostra «superficialità», ci costringe a citarli colmando una grave lacuna del vostro ampio dossier.

Lei è libero di non frequentare le nostre pagine, non di presumere con qualche sussiego che cosa scriviamo in esse, nutrendo informazioni e valutazioni di conoscenze, approfondimenti, verifiche, confronti che non datano da ieri e che mettono sempre al primo posto il diritto dei più deboli e più sfortunati. E questi bambini tali sono, e hanno il diritto di veder salvaguardata la propria speranza di crescere nel modo più sereno e tranquillo possibile, accanto ad adulti disposti a offrire loro le migliori condizioni sociali, economiche e ambientali (e in questo caso anche medicoscientifiche). Lei è sicuro che gli adulti che hanno trasformato la piccola Avery Jackson in una testimonial dell’ideologia transgender, inducendola a riferire concetti del tutto incredibili per una bambina di nove anni, possano rientrare in questo novero? Noi – proprio perché attenti da sempre ai diritti dell’infanzia – abbiamo molte, molte perplessità. E, come genitori, non possiamo che rivolgere alla piccola Avery la nostra affettuosa e partecipe vicinanza. Con l’augurio di poter trascorrere un Natale lieto e spensierato, come tutti i bambini della sua età. Senza essere sbattuta in prima pagina, cosa che almeno lei – qui in Italia – ha evitato di fare, differenziandosi dai suoi omologhi d’Oltreoceano. Ricambio il suo saluto anche a nome del direttore di questo giornale.
Luciano Moia