Opinioni

In attesa del decreto «Terra mia». Traguardo lontano, ma non si parte da zero

Antonio Maria Mira martedì 20 novembre 2018

Le misure per il «popolo inquinato», in attesa del decreto 'Terra mia' In attesa del decreto “Terra mia” che, ha assicurato il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, «sarà presentato a gennaio», l’esito del vertice interministeriale a Caserta sa di minestra riscaldata e – speriamo – arricchita. Una buona minestra, sia chiaro.

Con buoni ingredienti, e magari con l’aggiunta di qualche nuovo sapore, ma mosse già realizzate o almeno avviate dai governi precedenti. Un serio “riciclaggio”, tanto per stare sul tema rifiuti, con recupero e valorizzazione del passato recente. La presenza dell’Esercito, ad esempio, per sorvegliare gli impianti di rifiuti. I primi militari in Campania arrivarono nel 2008, proprio a presidio degli Stir, del termovalorizzatore di Acerra e perfino dell’enorme discarica di Ferrandelle. Sulla recinzione di rete e filo spinato ci sono ancora oggi i cartelli gialli con le scritta “Area di interesse strategico nazionale divieto di accesso”, proprio come una base militare, mentre si trattava solo di “monnezza”.

Allora ai militari venne affidato il controllo degli impianti pubblici, ora dovrebbero controllare quelli privati. Allora fu una presenza contestata, si parlò di «militarizzazione del territorio», oggi è una presenza rivendicata. E, comunque, non è un ritorno, perché i militari non se ne sono mai andati. Il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta ha annunciato che saranno fino a un massimo di 200 dell’operazione “Strade sicure”, più o meno quelli della stessa missione che da cinque anni garantisce il pattugliamento della “terra dei fuochi” per bloccare sversamenti e roghi.

Nell’ultimo anno sono stati utilizzati, assieme alle forze dell’ordine, anche nelle operazioni straordinarie, promosse dal “commissario antiroghi” (istituito nel 2012), il viceprefetto Gerlando Iorio, per controllare le aziende che producono o trattano rifiuti. Azioni molto positive. Ieri è stato annunciato che saranno «controllate ed eventualmente chiuse le aziende abusive». Se l’intenzione è di sostenere e ampliare il lavoro che in meno di un anno ha già portato al sequestro di più di 150 aziende, sarà un’ottima scelta. Ma con quali militari se una parte sarà per forza impiegata per sorvegliare gli impianti? Se lo strumento è buono va potenziato: ovvero serve l’impiego di più personale. Certo c’è l’annuncio del possibile ricorso a droni e satelliti.

Già sentito più volte nel passato, e mai realizzato perché il vero controllo si fa sul terreno, con uomini specializzati. Ora viene annunciato l’arrivo di nuovi investigatori. Bene. Quelli attualmente all’opera in Campania non sono pochi e neppure impreparati. Ma bene, benissimo. Quindici giorni fa il procuratore di Santa Maria Capua Vetere, Maria Antonietta Troncone, aveva sottolineato che «non basta l’Esercito a vigilare per risolvere il problema, ma dobbiamo rendere virtuoso il ciclo dei rifiuti attraverso un’attività di presa di responsabilità da parte di tutte le istituzioni».

Parole sagge di chi conosce a fondo la patologia del problema. Dal vertice di ieri, in questo senso, una gran bella notizia è certamente arrivata: il “via libera” del governo Conte ai 13 impianti di compostaggio previsti dal piano rifiuti del governatore De Luca. Ottimo, visto che delle 708mila tonnellate di umido raccolto solo 67mila sono trattate in Campania per produrre compost e biogas, mentre il resto se ne va in impianti al Nord. Ma si faranno davvero? In molti dei siti prescelti l’opposizione agli impianti è guidata proprio dai M5s, a partire da quello previsto a Pomigliano d’Arco, terra del vicepresidente del Consiglio Di Maio. Tutto superato? Sarebbe importante, perché sono proprio questi gli impianti che allontanerebbero la Campania dai rischi di nuove emergenze. E non i termovalorizzatori che ancora dividono Salvini e Di Maio.

Davvero qui si gioca il futuro della Regione e non solo della “terra dei fuochi”. E per questa, lo ripetiamo, non vediamo per ora grandi novità. Anche il coinvolgimento dei medici di base nel controllo degli effetti sanitari dello smaltimento dei rifiuti non è attuato per “la prima volta”, come pure ha sostenuto il vicepremier pentastellato, è già previsto da una legge regionale. Ed è già prevista da anni anche la possibilità per i cittadini di segnalare le illegalità tramite un’apposita app, molto efficace, scaricabile dal portale Prometeo, collegato ai siti delle prefetture di Napoli e Caserta. È efficace come la legge del 2015, che ha introdotto gli “ecoreati”. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede ha spiegato che «stiamo studiandone gli effetti per valutare quanto sia efficace». Lo aveva già fatto all’inizio di quest’anno il suo predecessore Andrea Orlando.

E lo aveva fatto anche il Csm. Verifiche dai risultati analoghi: è un’ottima legge, che funziona. Il “protocollo” annunciato ieri contiene, dunque, molto di già visto. Lo si vuole valorizzare e rafforzare? È importante. Non siamo all’anno zero, e finalmente non si azzera – come troppe volte in passato – il buon lavoro fatto sinora. Ma siamo ancor lontani dal traguardo. Bisogna andare avanti. Con fatti concreti. Molto concreti. Per il “popolo inquinato”, e molto arrabbiato, da parecchio ormai gli annunci non contano più.