Opinioni

Reportage da Pristina. Tra albanesi e serbi in Kosovo, dove la guerra non è mai finita

Francesca Ghirardelli venerdì 28 ottobre 2022

La difficile convivenza in una terra che fatica a dimenticare le ostilità. Nella foto un momento di protesta in Kosovo, nel 2018, per l’arrivo del presidente della Serbia, Vučić, nel villaggio di Banje

«Non ho nessun amico serbo, anzi di serbi non ne conosco nemmeno uno». È sorpresa per la domanda e per la sua stessa risposta, Aya, 16 anni, studentessa kosovara di etnia albanese. È seduta con Elion, suo coetaneo, nella piazza del palazzetto della Gioventù di Pristina, in Kosovo, un tempo intitolato a “Boro e Ramiz”, uno serbo e l’altro albanese, partigiani giustiziati insieme dai soldati italiani nel ’43. Con Tito furono il simbolo di quella “fratellanza e unità” che avrebbe dovuto legare i popoli jugoslavi. «I serbi hanno scuole diverse dalle nostre, vivono separati, nei loro villaggi» prosegue Aya. «A 3 chilometri da qui ce n’è uno, con le insegne in serbo e le bandiere». Parla di Gracanica, alle porte di Pristina, una delle enclave della minoranza serba in Kosovo, tra il 4 e il 7% dei circa 1,8 milioni di abitanti del Paese a maggioranza albanese. «Sono passati anni, ma se menzioni la guerra ai miei genitori si mettono a piangere, è automatico. Intanto per i serbi il Kosovo è ancora parte della Serbia », aggiunge.

Lo scrittore Albatros Rexhaj: «Manca una vera giustizia di transizione, cioè una riconciliazione genuina che si verifica quando si ripara là dove la fiducia tra i due gruppi si è interrotta»

Gli anni trascorsi dal conflitto sono ventitré, ma le tensioni interetniche sono ancora qui, irrisolte, pronte a riaffiorare, come con le barricate del luglio scorso alla frontiera. La disputa, sulle targhe delle auto, è rimandata a fine ottobre quando scadrà il termine imposto da Pristina per l’immatricolazione dei veicoli delle minoranze entro il sistema nazionale. Un sistema che però la Serbia e i serbi del Kosovo non riconoscono. L’indipendenza dichiarata nel 2008, un decennio dopo l’intervento armato della Nato a difesa dei cittadini di etnia albanese, non è infatti ancora riconosciuta da Belgrado (né dall’alleata Mosca). «Siamo una generazione diversa, raggiungeremo la pace» interviene Elion, accanto ad Aya. Eppure dai loro racconti emergono tutta l’estraneità e la distanza tra i giovani delle due comunità, che non parlano nemmeno più la stessa lingua. Se gli albanesi sopra i 40 anni conoscono anche il serbo (imparato a scuola), le nuove generazioni lo ignorano.

C’è chi prova ad accorciare quella distanza e propone a serbi e albanesi under 25 di trascorrere del tempo insieme: è l’idea di “How do I see you?”, un progetto promosso dal festival kosovaro Doku-Fest e da Slobodna Zona di Belgrado che prevede campi di socializzazione di una settimana. Finora, però, fra i partecipanti non si è visto nessun serbo delle enclave. « Dalla Serbia diversi ragazzi hanno partecipato senza problemi. Ma i serbi del Kosovo no, quei giovani sono davvero isolati» ammette la coordinatrice Zana Arapi Xheladini che incontriamo a Prizren, sud di Pristina. « Nel primo giorno insieme, i partecipanti di solito restano silenziosi, poi cominciano a interagire, in inglese. Abbiamo visto stringere amicizie durature e alla fine molti riconoscono quanto sia importante vedere di persona come stanno le cose, per far cadere i pregiudizi tra comunità».

Esiste un luogo nel Kosovo settentrionale dove una certa prossimità fisica tra serbi e albanesi è quasi quotidiana. Malgrado sia la “città divisa” per eccellenza, Mitrovica, è l’unico centro dove le due etnie si sfiorano di continuo. È serba nella sua parte Nord (circa 12mila abitanti) e albanese in quella Sud (oltre 50mila). Nel mezzo scorre il fiume Ibar, spaccatura liquida tra due mondi diversi per lingua, moneta e modi di interpretare la storia e la realtà. Sul ponte che li collega si passa senza più controlli al check-point, anche se il presidio dei Carabinieri italiani, parte del contingente Kfor della Nato, è sempre lì.

«Mitrovica è l’unica vera area urbana multietnica in Kosovo. In altre città trovi pochissimi serbi e non esiste mai una genuina interazione tra maggioranza e minoranza. Qui c’è una condivisione di spazi nei negozi del Bosniak Mahala, il quartiere bosgnacco multietnico» spiega Miodrag Milicevic della Ong serba Aktiv con sede a Mitrovica Nord. Ci dà appuntamento in un bar sul viale principale. Per terra si vedono graffiti con la scritta “Nato go home”, sui muri le Z che rimandano all’invasione russa dell’Ucraina. « La distanza tra le due comunità in Kosovo sta crescendo, i giovani a malapena hanno contatti tra loro, e sempre durante attività di Ong come la nostra, dunque artificialmente. Manca uno scambio quotidiano autentico». Aktiv, unica Ong serba con un ufficio anche a Pristina, fa quello che può per stabilire canali di interazione. Ci prova con il talk show multietnico “Sporazum” in tv e con il sito “Serbian-Albanian Friendship” che raccoglie esperienze positive nelle relazioni tra comunità. Monitora, però, anche le violenze contro i serbi in diverse regioni (87 casi nel 2021). «Spesso i media albanesi non riferiscono di questi incidenti. Per la Costituzione del Kosovo le minoranze godono di pieni diritti, ma la realtà è diversa. Io resto comunque impegnato nel dialogo, perché se non ci si parla in maniera schietta si finisce per lasciare ciascuna comunità a leggere le proprie notizie, a costruire la propria personale percezione dell’altro. E ci si allontana di più».

Gli anni trascorsi dalla fine degli scontri sono ventitré, ma le tensioni interetniche sono ancora qui, irrisolte,
pronte a riaffiorare, come con le barricate del luglio scorso alla frontiera.
Nemmeno sulle targhe delle auto si riesce a trovare un sistema uniforme

A Mitrovica c’è chi ogni giorno attraversa il ponte per andare a lavorare e chi di là non si avventura mai. «Ci sono andato una volta sola» racconta Pavle, 17 anni, studente serbo di Mitrovica Nord. Lo strappo alla regola per gli adolescenti è il centro commerciale Jumbo, a un passo dal fiume, in Mitrovica Sud. « Più spesso andiamo in Serbia, in circa quattro ore arriviamo a Belgrado ». Come i ragazzi di Pristina, non conosce nessuno dell’altra comunità. «Non ho amici albanesi e non voglio averne. Noi serbi desideriamo solo la pace. E rivogliamo indietro la nostra terra. Per me questa è Serbia ». Sembrerebbe una questione urgente da affrontare, ma «quella del dialogo tra serbi e albanesi non è una priorità, perché la popolazione si rende conto che la politica non la rende tale», ci spiega in un locale alla moda di Pristina, lo scrittore Albatros Rexhaj (in Italia ha pubblicato “Lettera a un amico italiano dal Kosovo”, Rizzoli, 1999). Ci parla dei rari luoghi in cui capita di incrociarsi: (di nuovo) un centro commerciale, l’Albi Mall, due ristoranti serbi frequentati da albanesi a Gracanica e a Caglavica, e un comprensorio sciistico. « È tutto ciò che la politica permette in termini di interazione», spiega Rexhaj. Era ragazzino negli anni Ottanta, parlava albanese in casa e serbo per strada. Dice di essere infuriato con i serbi, ma di non vederli come nemici. «Siamo cresciuti insieme, per me è stato più un tradimento personale».

La data di quel tradimento è il 1° settembre ’92, quando venne vietato agli studenti albanesi di tornare a scuola. « L’amico serbo che quel giorno era con me è entrato in classe senza dire una parola in mia difesa. Dopo anni in cui non scrivo di quell’epoca, torno a farlo perché ho sentito come le nuove generazioni ora parlano del conflitto: una guerra come nei film, un’avventura, un atto nobile. Ma di nobile in guerra non c’è proprio niente». Con angoscia vede ripetersi gli stessi errori di ieri, in Kosovo, a Belgrado, a Sarajevo: « Manca una vera giustizia di transizione, cioè una riconciliazione genuina che si verifica quando si ripara là dove la fiducia tra comunità si è interrotta. Non c’è riconciliazione se non si affronta il passato. Tutti amano mostrare i propri eroi, nessuno le proprie meschinità. Parliamo, una volta per tutte, dei cattivi di ciascuna comunità, di chi ha commesso crimini, diffuso odio, riempito la testa dei giovani di narrative false. Se non affrontiamo ciò che c i è successo, come permetteremo alle nuove generazioni di rompere il ciclo che vede ogni 30 o 40 anni una nuova guerra nei Balcani?».