Opinioni

Marina Corradi. È tempo di ritrovare la speranza più grande

Marina Corradi martedì 17 novembre 2015
In mezzo al Colonnato ci siamo guardati attorno, domenica mattina: in quanti, ci siamo detti, siamo venuti a San Pietro, per ascoltare, dopo Parigi, il Papa. In quanti, e tutti con in faccia i segni di una angoscia grande, di un incubo tenace, che al mattino non vuole dissolversi. Abbiamo visto una grande città di Occidente precipitare in guerra d’improvviso. Abbiamo visto il sangue, e quei ragazzi uccisi a uno a uno al Bataclan erano come i nostri figli; e in quella esecuzione abbiamo letto un oscuro messaggio, quasi iche n quei figli i terroristi volessero annientare il mondo che verrà. Allora siamo andati dal Papa, gli occhi intenti a quella finestra che si apriva, le nostre facce all’insù, in una tacita domanda. Perché da trentasei ore ormai in tv passavano le immagini della strage, e le parole della gente per strada, a Parigi: e dicevano ostinati «continueremo a vivere come prima, per non dargliela vinta», e però a te quelle parole suonavano così fragili, così impotenti. Certo, che a Parigi e altrove si dovrà vivere come prima, e prendere il metrò, e andare ai grandi magazzini; ma davvero si sarà «come prima» dentro di noi? Un colpo di maglio è stato inferto all’Europa, qualcosa di cui non avevamo più memoria; guerra, siamo in guerra, sentiamo dire con incredulità, e con la coscienza che niente è vulnerabile come le città di un mondo in pace. E dunque quel promettere di vivere «come prima» è il bluff umanamente inevitabile di chi non vuole arrendersi; eppure non basta, non basterà quando i nostri figli andranno allo stadio o affolleranno una piazza – allora sentiremo il tarlo della angoscia, che rode. Troppo è l’odio al nostro mondo che abbiamo percepito, venerdì notte, per contentarci della nostra ostinazione, o dell’orgoglio. Almeno noi cristiani, noi qui in San Pietro, siamo venuti a domandare qualcosa d’altro, di molto più grande; resi quasi più inquieti dal Vangelo di oggi, che dice di un sole che si oscurerà e di stelle che cadranno, in una eco di Apocalisse. Affacciato dalla finestra sulle nostre facce, per prima cosa Francesco, quasi con urgenza, dice che gli elementi apocalittici non sono il nucleo centrale del messaggio: il nucleo è Cristo stesso, è a Lui che bisogna guardare. Perché «noi non attendiamo un tempo o un luogo, ma andiamo incontro a una persona». Le vaste ombre di quel passo di Marco cominciano a sciogliersi: il Papa ha indicato da che parte dobbiamo volgere lo sguardo. All’«unico punto fermo in mezzo agli sconvolgimenti e alle tragedie del mondo». Più chiaro di così. Sapeva bene, Francesco, che cosa eravamo venuti a cercare, noi a cui non basta cantare nelle piazze «non abbiamo paura», noi cui non basta il pure doveroso richiamo a mantenere i canoni e la memoria della nostra civiltà. Di fronte all’odio viscerale, devastante, che abbiamo visto bruciare a Parigi, non basta; contro a tanto male occorre a noi cristiani, se non vogliamo ingannarci, la forza di un bene molto più grande. Che non è nemmeno la nostra perseveranza, o buona volontà. Con quanto bene e fatica erano stati cresciuti, i ragazzi che l’altra sera erano al Bataclan, e Valeria, di Venezia, che non è tornata? Spazzati via da una raffica, in un istante. Qualcosa di estremamente più grande ci vuole, in questo tempo colmo di oscurità, per avere speranza. Perché vediamo più che mai, in un giorno così, come ciò che ci è caro, i figli, i genitori, gli amici, non è mai completamente difendibile. E solo confidando totalmente in un Dio accanto, in un Dio buono, possiamo continuare, nonostante un odio che si allarga attorno, a vivere, avere figli, educare, curare, voler bene. Quel Dio sarà con noi comunque; era accanto, muto, l’altra notte ai ragazzi del Bataclan, come a tutti gli inermi e i sopraffatti. Non può bastarci, in quest’ora, di buio il fatalismo di chi legge l’oroscopo (Francesco, sorridendo paterno: «Quanti di voi lo leggono?») e in fondo spera di avere fortuna, lui e i suoi. In una notte così buia, quando si sente dire continuamente «guerra», è guerra, si può rinserrarsi come in un fortino nell’«io speriamo che me la cavo». Oppure tornare alla speranza più grande, a Cristo vivo. La notte di Parigi col suo sangue e il suo strazio è anche, per noi, l’essere chiamati a ricordarci chi siamo, e in chi speriamo.