Opinioni

Il direttore risponde. Tagli, armamenti e via della pace

Marco Tarquinio venerdì 13 luglio 2012
Caro direttore,
vorrei fare una proposta per contribuire a uscire dalla crisi economica, o almeno alleviarla sensibilmente. Ci hanno già rubato la felicità: ora le prospettive rischiano di diventare di lotta per la sopravvivenza (più ancora che una presa di coscienza del deteriorarsi esponenziale della qualità della vita...). Che fare? Vi sono rimedi che conosciamo bene, ritenuti tendenzialmente efficaci, almeno in partenza, per migliorare la situazione: ma sono i sistemi di tassazione, sempre più numerosi, gravosi e feroci; al punto da apparire come farmaci dagli effetti iatrogeni, tali cioè da aggravare la malattia. Naturalmente, tutti vogliamo uscire da questa crisi. È questo lo scopo fondamentale che ci prefiggiamo. Ma quali i mezzi, anzi "il" mezzo decisivo per cambiare radicalmente le cose? L’unico realisticamente intravedibile per attuare in Italia una riforma strutturale (ossimoro ormai consueto), in altri termini per guarire o fare decisivamente migliorare il nostro Paese, è a mio avviso l’abolizione delle forze armate, una volta per tutte. Ed ecco perché lo sostengo. 1) L’Italia è come non avesse (mai avuto) un esercito. 2) Se non vi fossero state le spese militari dalla Liberazione a oggi, l’Italia si sarebbe trovata a fronteggiare l’attuale crisi economica mondiale nella veste di uno dei Paesi più ricchi del mondo. (Invece in questo momento si stanziano, tra l’altro, circa diciotto miliardi di euro per i cacciabombardieri F35, inutili all’Italia). 3) Se qualcuno temesse che senza forze armate l’Italia potrebbe essere tranquillamente invasa da altri Paesi (e non si vede, oggi, da chi), gli si potrebbe obiettare che accadrebbe esattamente lo stesso con un esercito comunque inadeguato come quello italiano. 4) L’Italia non ha mai saputo fare la guerra: per cui non si capisce a cosa può servirle un esercito. Disse Otto von Bismarck che «in ogni guerra futura, la sconfitta toccherà alla coalizione che avrà l’Italia come alleata». In conclusione, riguardo alla crisi, dobbiamo allora concentrare l’attenzione sul mezzo individuato per uscirne: l’eliminazione dell’esercito, nella consapevolezza delle miriadi di difficoltà da superare, a livello giuridico, pratico, politico, culturale. Serve di convertire il militare, a partire dalle spese, nel civile. (Quindi anche rafforzando corpi di prevenzione e soccorso interni, come quello dei Vigili del fuoco, il Corpo forestale, ecc. Comunque si vedano le cose, le Forze armate, soprattutto nella crisi attuale, sono un optional, un lusso che l’Italia non può (più) permettersi.
Gianni Bernardini, Università di Siena
 
Gentile direttore,
credo che debba al suo Editore di riferimento – Gesù Cristo – una risposta su un quesito che lei non ha ancora messo davanti al cuore e all’intelligenza cristiana dell’ex allievo dei gesuiti Mario Monti. Perché questi tagli alla Sanità e all’Istruzione e nessun taglio reale alla Difesa? Non mi si dica che i tagli alla Difesa non di possono fare perché se non andiamo con la Nato in Afghanistan o altrove nessuno compra i prodotti Finmeccanica. Se fosse così, i rapporti tra Stati sarebbero rapporti mafiosi e non tra Stati democratici… E quindi non ci credo. Allora perché? Perché si continua a finanziare la ricerca sul cacciabombardiere F35, che viene progettato con una integrazione umano-macchina che richiama con eco inquietante il racconto biblico di Adamo ed Eva e dell’albero della conoscenza? Perché questo continuo "andare dietro a satana"?
 
Raffaele Ibba, Cagliari   I due temi si intrecciano, anzi sono praticamente e pacificamente quasi lo stesso. Uno posto da un professore di filosofia che ama il diritto (e si batte da tempo per il disarmo unilaterale dell’Italia), Bernardini, e l’altro da un professore di filosofia che ama la poesia, Ibba. A entrambi vorrei dire che anch’io, come ogni cristiano, sogno un mondo senza guerre e senz’armi. E lavoro, nel mio piccolo, perché sia possibile. A volte mi entusiasmo e arrivo persino a pensare di riuscire a vederlo, un mondo così. E questo perché ne scovo (o lascio che scovino loro me...) piccoli e grandi segni di impressionante bellezza e perché continuo a incontrare persone straordinarie che sono cittadini e testimoni di quella benedetta "terra promessa" della pace che è già abitata eppure è ancora da scoprire. Tanti di loro sono apparentemente inermi, dotati solo della loro umanità e spiritualità, ma non pochi vestono la divisa militare. Proprio come il centurione che per primo, ai piedi della croce, riconobbe «figlio di Dio» Colui che il professor Ibba chiama il mio «Editore di riferimento» (devo dire che osare un simile pensiero mi riempie di allegria). Questi militari di cui dico sono, a loro volta, persone e cristiani autentici, che lavorano per la costruzione della pace nella verità, nella libertà e nella giustizia. A tutte le latitudini, anche con le armi. Credo che questa sia una delle contraddizioni più forti (e più colme di mistero) nel nostro cammino su questa terra. Detto questo, devo aggiungere che a mio avviso almeno tre (il primo, il terzo e il quarto) dei quattro punti articolati dal professor Bernardini sono sovrapponibili e risultano piuttosto deboli e poco convincenti. Concordo solo con la constatazione che gli italiani «non amano fare la guerra». Ma penso che sia vera perché è una verità universale: nessun popolo ama fare la guerra, nessun popolo ama mandare a morire i propri figli, nessun popolo ama dare la morte. Le leggende nere sulla crudeltà e bellicosità di questa o quella nazione, o sulla imbelle propensione a lasciarsi dominare di altre, sono generalizzazioni che fanno il paio con certe arroganti assurdità fiorite (o messe) sulla bocca di Bismarck e di altri personaggi... Non ce l’ho con chi fa le citazioni, ma studiando storia e facendo cronaca ho imparato che proprio quel tipo di generalizzazioni e assurdità può produrre tragedie anche solo perché propagandato, lanciato come slogan, fatto "cultura". Ma vengo al secondo punto del ragionamento di Bernardini, quello decisivo soprattutto in tempi di "spending review". Dove si afferma che sbaraccare subito, con gesto sovrano e unilaterale, le nostre Forze armate sarebbe un affare. Saremmo ricchi, e civilmente difesi da «Vigili del Fuoco, Corpo Forestale etc». Non so se l’«etc» comprenda anche Carabinieri e Polizia, Guardia di Finanza e Guardia costiera. Altrimenti ho la sensazione che saremmo desolatamente poveri di sicurezza, anche solo interna. Poi il filosofo del diritto se la prende – e non è il solo – con i «costosissimi» e «inutili» F35. Il primo aggettivo lo giudico giusto (quegli aerei costano un occhio della testa), il secondo no: gli F35 non sono «inutili» perché sono inseriti in un articolato programma di difesa della Nato di cui l’Italia fa parte e perché il loro progetto di sviluppo sta dando lavoro anche ad aziende e maestranze italiane. Potrebbero essere definiti però in molti altri modi: «inquietanti» (come fa Ibba), «inadeguati» alle esigenze nazionali di difesa o addirittura «pericolosi». Qualcuno già dice che sono «difettosi». Io non so se ciò sia in tutto o in parte vero (e non amo invettive e leggende metropolitane), ma so – e in questo senso faccio mia la riflessione che accompagna le domande del professor Ibba – che se in tempo di severe (e, si spera, sensate) ristrettezze si "razionalizza" il sistema sanitario, non si può non agire con simmetrico rigore a livello di armamenti. So poi – e l’ho in mente quando invoco, come altri, una vera Europa politica – che dovremo deciderci a ragionare presto e seriamente sulla filosofia di difesa continentale e sulla logica che governa la scelta del tipo di armi (anche eminentemente offensive) oggi messe in arsenale. Penso, insomma, che ogni Stato possa scegliere per sé, ma penso che farlo insieme sia molto più giusto, sostenibile e promettente. E questo sul piano delle risorse economiche impiegate, come su quello – che più conta – dei valori di riferimento, della concreta costruzione di una condizione stabile di sicurezza e, infine, del progressivo radicamento di una coinvolgente cultura di non-violenza e di pace.