Opinioni

Il caso Congo. Adottati in Congo, parcheggiati in caserma

Luciano Moia giovedì 2 giugno 2016
Tutta la nostra festosa partecipazione alla gioia delle 41 coppie che da ieri mattina, dopo mesi di attese e di delusioni, possono regalare l’affetto e la stabilità di una famiglia ad altrettanti bambini che, per non averlo mai provato, ignoravano il calore di quell’abbraccio rassicurante.  Tutto il nostro amaro disappunto per questa nuova, vergognosa tappa dell’affare Congo. Sembra quasi che ci sia un gusto perverso da parte di alcuni funzionari pubblici a complicare le cose, a proporre soluzioni strampalate e illogiche, a dilazionare gli arrivi, a lasciare le famiglie in uno stato di angosciante e implorante attesa. Dovrebbe essere lo Stato a ringraziare queste mamme e questi papà coraggiosi, disposti ad affrontare costi non trascurabili e a sfidare le complicazioni di una burocrazia sorda e indifferente, pur di abbracciare il figlio accolto, che incontra una generosa disponibilità genitoriale e, al tempo stesso, rappresenta anche un piccolo e straordinario “segno più” nelle tabelle demografiche di Paese a crescita zero. Invece, per troppi mesi, sono stati questi genitori a dover implorare, quasi in ginocchio, informazioni e rassicurazioni sui tempi d’arrivo, sull’esito della loro “pratica”, sulla possibilità di semplificare le procedure. L’ultimo sgarbo ieri mattina. I bambini, arrivati alle cinque del mattino, sono stati parcheggiati in una caserma. Le famiglie sono state avvisate solo dopo mezzogiorno e in tutta fretta sono partite per Roma. Con tutto il comprensibile carico di ansia e di preoccupazioni. Ma non era davvero possibile pianificare arrivo e accoglienza con un pizzico di umanità e di rispetto in più? E non era possibile riportare in Italia anche gli ultimi 18 bambini, ancora rimasti in Congo? Non vogliamo credere a chi dice che questi piccoli italiani paghino per le “incomprensioni” nate da tempo tra la Cai (Commissione per le adozioni internazionali) e alcune associazioni. Sappiamo che il contenzioso, che riguarderebbe pratiche poco chiare riguardanti l’orfanotrofio congolese di Goma, è da tempo in un corposo dossier all’esame della procura di Milano. Se così fosse, sarebbe l’ultimo, triste capitolo di una gestione delle nostre adozioni internazionali gravata da ombre e interrogativi lasciati senza risposta. È troppo auspicare che la delega sul settore assegnata al ministro Boschi possa rappresentare quella svolta nella prassi, nell’efficienza – ma anche nello stile – che famiglie e associazioni sognano da anni?